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lunedì 27 aprile 2026

L'addio a Raghu Rai, testimone dell'India, mentre la fotografia cerca ancora la sua anima

La scomparsa di Raghu Rai, spentosi a Delhi a ottantatré anni dopo una lunga malattia, non è soltanto la fine di una vita straordinaria: è il silenzio che scende quando una cultura perde il suo testimone più fedele. Per oltre cinquant’anni Rai ha costruito un gigantesco archivio emotivo dell’India, restituendo al Paese uno specchio in cui riconoscersi. La sua fotografia più iconica – quel padre che culla il figlio senza vita, scattata all’alba della tragedia di Bhopal – rimane uno dei manifesti più potenti del fotogiornalismo mondiale: un’immagine che non racconta un evento, ma lo incide nella coscienza collettiva. Rai, allievo diretto di Henri Cartier-Bresson e membro della Magnum Photos fin dal 1971, portava nel suo sguardo la lezione umanista europea, declinandola nelle strade, nelle guerre e nei volti dell’Asia meridionale. Dall’ottica di New Delhi, la sua eredità appare oggi smisurata, proprio mentre il subcontinente saluta uno degli ultimi maestri dell’immagine analogica in bianco e nero.

La notizia della sua morte arriva mentre da Amsterdam il World Press Photo 2026 proietta sul mondo una luce altrettanto necessaria. Lo scatto dell’anno, firmato dall’americana Carol Guzy, coglie la disperazione di una famiglia separata dalle autorità migratorie in un’aula di tribunale a New York: un pugno nello stomaco che interroga l’Occidente sul prezzo umano delle sue politiche. Accanto a questo dolore, la giuria ha premiato la resilienza e la gioia, come nel ritratto dei giovani allievi di danza classica di Johannesburg firmato da Ihsaan Haffeje, immagine che parla di riscatto in un Sudafrica dove, prima della fine dell’apartheid, il balletto era un privilegio per pochi bianchi. Due sguardi lontani, uniti dalla stessa urgenza che animava Rai: catturare l’attimo in cui la Storia si fa corpo e volto.

Eppure, mentre i grandi concorsi celebrano la potenza del fotogiornalismo, la fotografia di tutti i giorni sta cambiando pelle sotto i nostri occhi. In India, come in Italia, i vecchi studi di quartiere – quelli delle sedute in posa, dei fondali di velluto e delle luci morbide – stanno scomparendo silenziosamente. Il viaggio curioso fino al “Suresh Photo Studio” o dal “fotografo sotto casa” è stato sostituito dalla ricerca del filtro perfetto sullo smartphone. È un processo globale, che secondo gli osservatori di Bruxelles sta ridisegnando la relazione tra memoria e immagine: l’istantanea digitale è ubiqua e volatile, mentre il ritratto di studio era un rito che consolidava legami familiari e sociali.

Non tutto, però, è perduto. La fotografa di Mumbai Ketaki Sheth, cresciuta alla scuola di Raghubir Singh e a contatto con i maestri americani Lee Friedlander e William Gedney, pubblica oggi “Flashback”, un volume che raccoglie scatti in pellicola realizzati tra il 1985 e il 1993 sui set cinematografici di Mumbai e Chennai. Il suo sguardo discreto, in bianco e nero, dimostra che la lentezza dell’analogico sa ancora cogliere l’anima dei momenti non costruiti. E un filo rosso lega idealmente questa tenacia a Rai: sua figlia Avani Kaur Rai, fotografa e attrice recentemente apparsa al fianco di Dharmendra nel film “Ikkis”, porta avanti quell’eredità di attenzione alla luce e all’attimo decisivo che il padre aveva imparato da Cartier-Bresson.

Guardando avanti, il lascito di Rai riemerge come una bussola in un’epoca di intelligenze artificiali generative e di deepfake. “La storia visiva non può essere riscritta”, amava ripetere il fotografo, ed è un monito che suona oggi con forza rinnovata. Mentre l’Europa si interroga su come regolamentare la verità delle immagini, e l’Italia riscopre nei festival di fotografia l’esigenza di uno sguardo documentario autentico, il vuoto lasciato da Rai ricorda a tutti che la prossimità, quell’esserci di cui parlava il maestro – «se non sei abbastanza vicino, la tua foto non è abbastanza buona» – resta la sola risposta onesta alla complessità del reale.

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L'addio a Raghu Rai, testimone dell'India, mentre la fotografia cerca ancora la sua anima

La scomparsa di Raghu Rai, spentosi a Delhi a ottantatré anni dopo una lunga malattia, non è soltanto la fine di una vita straordinaria: è il silenzio che scende quando una cultura perde il suo testimone più fedele. Per oltre cinquant’anni Rai ha costruito un gigantesco archivio emotivo dell’India, restituendo al Paese uno specchio in cui riconoscersi. La sua fotografia più iconica – quel padre che culla il figlio senza vita, scattata all’alba della tragedia di Bhopal – rimane uno dei manifesti più potenti del fotogiornalismo mondiale: un’immagine che non racconta un evento, ma lo incide nella coscienza collettiva. Rai, allievo diretto di Henri Cartier-Bresson e membro della Magnum Photos fin dal 1971, portava nel suo sguardo la lezione umanista europea, declinandola nelle strade, nelle guerre e nei volti dell’Asia meridionale. Dall’ottica di New Delhi, la sua eredità appare oggi smisurata, proprio mentre il subcontinente saluta uno degli ultimi maestri dell’immagine analogica in bianco e nero.

La notizia della sua morte arriva mentre da Amsterdam il World Press Photo 2026 proietta sul mondo una luce altrettanto necessaria. Lo scatto dell’anno, firmato dall’americana Carol Guzy, coglie la disperazione di una famiglia separata dalle autorità migratorie in un’aula di tribunale a New York: un pugno nello stomaco che interroga l’Occidente sul prezzo umano delle sue politiche. Accanto a questo dolore, la giuria ha premiato la resilienza e la gioia, come nel ritratto dei giovani allievi di danza classica di Johannesburg firmato da Ihsaan Haffeje, immagine che parla di riscatto in un Sudafrica dove, prima della fine dell’apartheid, il balletto era un privilegio per pochi bianchi. Due sguardi lontani, uniti dalla stessa urgenza che animava Rai: catturare l’attimo in cui la Storia si fa corpo e volto.

Eppure, mentre i grandi concorsi celebrano la potenza del fotogiornalismo, la fotografia di tutti i giorni sta cambiando pelle sotto i nostri occhi. In India, come in Italia, i vecchi studi di quartiere – quelli delle sedute in posa, dei fondali di velluto e delle luci morbide – stanno scomparendo silenziosamente. Il viaggio curioso fino al “Suresh Photo Studio” o dal “fotografo sotto casa” è stato sostituito dalla ricerca del filtro perfetto sullo smartphone. È un processo globale, che secondo gli osservatori di Bruxelles sta ridisegnando la relazione tra memoria e immagine: l’istantanea digitale è ubiqua e volatile, mentre il ritratto di studio era un rito che consolidava legami familiari e sociali.

Non tutto, però, è perduto. La fotografa di Mumbai Ketaki Sheth, cresciuta alla scuola di Raghubir Singh e a contatto con i maestri americani Lee Friedlander e William Gedney, pubblica oggi “Flashback”, un volume che raccoglie scatti in pellicola realizzati tra il 1985 e il 1993 sui set cinematografici di Mumbai e Chennai. Il suo sguardo discreto, in bianco e nero, dimostra che la lentezza dell’analogico sa ancora cogliere l’anima dei momenti non costruiti. E un filo rosso lega idealmente questa tenacia a Rai: sua figlia Avani Kaur Rai, fotografa e attrice recentemente apparsa al fianco di Dharmendra nel film “Ikkis”, porta avanti quell’eredità di attenzione alla luce e all’attimo decisivo che il padre aveva imparato da Cartier-Bresson.

Guardando avanti, il lascito di Rai riemerge come una bussola in un’epoca di intelligenze artificiali generative e di deepfake. “La storia visiva non può essere riscritta”, amava ripetere il fotografo, ed è un monito che suona oggi con forza rinnovata. Mentre l’Europa si interroga su come regolamentare la verità delle immagini, e l’Italia riscopre nei festival di fotografia l’esigenza di uno sguardo documentario autentico, il vuoto lasciato da Rai ricorda a tutti che la prossimità, quell’esserci di cui parlava il maestro – «se non sei abbastanza vicino, la tua foto non è abbastanza buona» – resta la sola risposta onesta alla complessità del reale.

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