
Il selfie dell’attentatore e la nuova epidemia di violenza politica americana
Cole Tomas Allen, trentunenne insegnante californiano, si è fotografato allo specchio della sua camera al Washington Hilton pochi minuti prima di tentare di assassinare il presidente Donald Trump e i membri del suo gabinetto. Lo scatto, diffuso dai procuratori federali, lo mostra armato fino ai denti: una fondina a tracolla, un coltello nel fodero, una borsa piena di munizioni. Secondo gli atti giudiziari, l’uomo aveva monitorato in tempo reale gli spostamenti di Trump attraverso siti web e dirette video, prima di scendere al piano terra e forzare un posto di blocco dei Servizi segreti. Un agente è rimasto ferito da un colpo di fucile a pompa, ma l’attentato è fallito solo perché Allen è inciampato durante la carica. L’episodio, il terzo tentativo di assassinio ai danni del tycoon da gennaio, ha riacceso il dibattito sulla deriva violenta della politica americana, una spirale che gli analisti di Washington paragonano agli anni Sessanta e Settanta, quando le uccisioni di John Fitzgerald Kennedy e Robert Kennedy segnarono una generazione.
Le nuove prove – incluse le foto segnaletiche e la cronologia dettagliata del raid – mostrano una pianificazione fredda e solitaria, ma anche le falle nella sicurezza: Allen, che aveva acquistato le armi legalmente, era riuscito a eludere i metal detector abbattuti dagli agenti durante la colluttazione. Per la procura distrettuale di Columbia, che già indaga su altri due casi di violenza politica con autori giunti da lontano, questo conferma una tendenza inquietante: soggetti radicalizzati online che attraversano il Paese per colpire. La rete, intanto, si è scatenata con teorie del complotto e deepfake generati dall’intelligenza artificiale, mentre figure come la ceo di Turning Point USA, Erika Kirk, hanno puntato il dito sul linguaggio estremista della sinistra. Dalla prospettiva di Bruxelles, l’attentato suona come un campanello d’allarme per le democrazie europee: la polarizzazione alimentata dai social e la normalizzazione della violenza verbale – denunciata anche dal quotidiano italiano Domani – rischiano di travalicare l’Atlantico.
L’Italia, abituata agli anni di piombo ma oggi relativamente pacifica, guarda con apprensione a questa escalation. Il gesto di Allen non è un’anomalia, ma il sintomo di un malessere che richiede risposte sistemiche: dal controllo delle armi alla regolamentazione delle piattaforme digitali. Per ora, il Congresso sembra riluttante a istituire nuove commissioni d’inchiesta, e il dibattito pubblico si frammenta tra accuse reciproche. Se la democrazia americana non troverà antidoti a questa deriva, il prossimo selfie armato potrebbe avere un finale ben più tragico.
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