
Canberra impone il 20% di gas per il mercato interno: una svolta tra sicurezza e tensioni commerciali
L'Australia obbliga i giganti del gas a riservare un quinto delle esportazioni ai consumatori domestici. Contestualmente, un piano da dieci miliardi per le riserve di carburante e un rialzo dei tassi segnano la linea di Canberra.
Il governo australiano ha rotto un tabù: dal luglio del 2027 i tre grandi terminali di gas naturale liquefatto del Queensland saranno tenuti per legge a destinare il venti per cento della loro produzione al mercato interno, prima di poter vendere sui mercati internazionali. La mossa, annunciata dal ministro dell’Energia Chris Bowen, segna un’inversione di rotta rispetto alla tradizione liberista del paese e arriva in un momento in cui la crisi energetica globale, aggravata dalle tensioni in Medio Oriente, ha fatto impennare i prezzi. L’obiettivo dichiarato è spezzare il legame tra le bollette australiane e le quotazioni spot mondiali, creando una modesta eccedenza di offerta che, secondo le stime del governo, dovrebbe esercitare una pressione al ribasso sui costi per famiglie e imprese.
L’industria estrattiva, dal canto suo, ha parlato di un «intervento pesante» che rischia di minare la reputazione di Canberra come partner commerciale affidabile, mentre le associazioni ambientaliste hanno liquidato la misura come un diversivo rispetto alla richiesta di una tassa del venticinque per cento sui profitti delle esportazioni di gas, che l’esecutivo ha invece escluso in un rapporto parlamentare pubblicato poche ore dopo. Sul fronte opposto, i grandi consumatori industriali, come i produttori di fertilizzanti e i settori manifatturieri a forte intensità energetica, hanno accolto la norma come un passo indispensabile per garantire la competitività del paese. In parallelo, il primo ministro Anthony Albanese ha svelato un piano da dieci miliardi di dollari per rafforzare la sicurezza dei carburanti: l’iniziativa prevede la creazione di una riserva permanente di proprietà statale, pari a circa un miliardo di litri, e l’obiettivo di portare le scorte complessive a cinquanta giorni di consumo.
Gli esperti di logistica, pur riconoscendo il valore dell’investimento, avvertono che non basterà a eliminare la vulnerabilità australiana in caso di blocchi delle rotte marittime globali. Questa doppia spinta interventista si inserisce in un quadro macroeconomico reso più teso dalla decisione della Reserve Bank of Australia di alzare ancora i tassi d’interesse, motivata proprio dall’effetto dei prezzi energetici sull’inflazione. A Bruxelles e a Francoforte si guarda con attenzione a Sydney: la scelta di non «guardare oltre» lo shock petrolifero, come raccomanderebbe la teoria classica, è interpretata come un segnale che le banche centrali asiatiche potrebbero adottare un approccio più aggressivo, allontanandosi dalla cautela della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la vicenda australiana ha un duplice valore: da un lato dimostra che anche paesi storicamente fedeli al libero scambio possono adottare politiche di riserva strategica quando la sicurezza energetica viene minacciata; dall’altro, anticipa un possibile inasprimento della competizione per il gas liquefatto, con il rischio che le restrizioni alle espropriazioni riducano l’offerta disponibile per il mercato globale, proprio mentre l’Unione Europea cerca nuovi fornitori per sostituire il gas russo. L’ottica di Pechino, invece, è più cauta: la Cina, primo acquirente del Gnl australiano, segue con preoccupazione l’evoluzione normativa, temendo che Canberra possa estendere il principio di riserva anche ad altre materie prime strategiche, dal litio al ferro. Quel che è certo è che la doppia mossa di Albanese segna un punto di svolta: non più solo un paese fornitore, ma uno Stato che comincia a mettere al primo posto le necessità dei propri cittadini, con tutte le contraddizioni e le incognite che questo comporta per i rapporti commerciali in un’area, l’Indo-Pacifico, già segnata da tensioni crescenti.
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