
L'Europa divisa su Israele: il muro di Berlino e Roma contro la sospensione dell'accordo
L'Unione Europea conferma le sue profonde spaccature sulla questione israelo-palestinese, con il fronte guidato da Germania e Italia che ha eretto un muro contro ogni ipotesi di sospensione dell'Accordo di associazione con Tel Aviv. Nel consiglio degli Esteri di Lussemburgo, la definizione tedesca di "inappropriato" ha spento sul nascere le ambizioni di un gruppo di Stati membri, guidati da Spagna, Irlanda e Slovenia e sostenuti da Belgio e Paesi Bassi, che spingevano per una misura punitiva immediata in risposta agli eventi di Gaza e del Libano meridionale. La linea della fermezza diplomatica, ma senza sanzioni che colpiscano il cuore del rapporto economico e politico, prevale così ancora una volta, salvaguardando un pilastro della politica estera comunitaria.
Dall'ottica di Madrid e Dublino, invece, la pressione è vista come una leva necessaria e morale per influenzare le azioni di Israele, in un contesto di crescente allarme umanitario. Questo schieramento progressista ritiene che la minaccia, o l'attuazione, di una revisione dell'accordo commerciale privilegiato costituisca l'unico strumento credibile a disposizione di Bruxelles per tradurre in fatti le frequenti dichiarazioni di condanna. Tuttavia, la loro iniziativa si è infranta contro la tradizionale cautela di Berlino, perfettamente allineata con la posizione italiana espressa dal vicepremier Antonio Tajani, il quale ha sottolineato come penalizzare l'intera popolazione israeliana attraverso una sospensione dell'accordo sarebbe stato un errore strategico e politico.
La prospettiva italiana, in particolare, riflette una duplice preoccupazione: da un lato, la necessità di mantenere un canale di dialogo privilegiato in un teatro mediorientale cruciale per la stabilità energetica e la sicurezza; dall'altro, la volontà di non minare ulteriormente la coesione europea, già messa a dura prova dalla guerra in Ucraina. Per Roma, come per Berlino, la diplomazia deve passare attraverso canali più sottili e mirati, preservando il quadro di relazione strategica.
Proprio su questo terreno più circoscritto potrebbe ora aprirsi uno spiraglio di intesa tra i Ventisette. Mentre la sospensione dell'accordo rimane un tabù, secondo le analisi di Bruxelles potrebbe invece trovare spazio un pacchetto di sanzioni mirate contro i coloni estremisti nei territori occupati, una misura che gode di un consenso trasversale più ampio e che non intaccherebbe il rapporto con lo Stato israeliano nella sua interezza. L'arrivo del nuovo governo ungherese, le cui posazioni filo-israeliane sono note, introduce tuttavia un ulteriore elemento di incertezza in un negoziato già delicato.
In prospettiva, lo stallo europeo riflette la difficoltà cronica di tradurre una posizione comune in politica estera in azioni concrete quando gli interessi nazionali divergono profondamente. La crisi mediorientale sta così diventando un banco di prova per l'autorevolezza globale del progetto europeo, costretto a navigare tra l'impellenza etica di alcuni Stati membri e il realpolitik di altri. Il rischio, per l'Italia e per l'UE, è che questa paralisi finisca per erodere ulteriormente la credibilità internazionale di Bruxelles, senza peraltro offrire una risposta efficace alla tragedia umanitaria in corso.
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