
L'imboscata ai caschi blu francesi in Libano e il dilemma dell'Onu tra Hezbollah e Israele
Un’imboscata costata la vita a due soldati francesi della Finul nel villaggio di Al-Gandouriyé, a pochi chilometri dalla zona occupata dall’esercito israeliano, ha riacceso i riflettori su una missione di pace sempre più esposta ai fuochi incrociati del conflitto mediorientale. Il sergente Florian Montorio e il caporale Anicet Girardin stavano compiendo una ricognizione per garantire il passaggio di un convoglio logistico quando sono stati attaccati da miliziani del Partito di Dio. Non si è trattato di un incidente isolato: pochi giorni prima un casco blu indonesiano era rimasto ucciso dal lancio di un proiettile contro la sua base ad Adchit Al Qusayr, a testimonianza di un escalation che sta trasformando la zona cuscinetto del sud del Libano in un campo di battaglia.
Per l’Italia, che contribuisce con oltre mille unità alla missione Onu, la situazione è seguita con crescente preoccupazione a Roma e Bruxelles, dove si teme che il mandato di interposizione della Finul sia ormai divenuto insostenibile. Dal punto di vista di Parigi, l’attacco rappresenta l’ultimo capitolo di una lunga scia di sangue: secondo i calcoli di analisti francesi, dal 1978 almeno 63 soldati transalpini hanno perso la vita per mano del Hezbollah, un tributo che riapre il dibattito sull’opportunità di mantenere una presenza militare in un’area dove il gruppo sciita, sostenuto da Teheran, agisce con crescente autonomia. In questa ottica, la prospettiva di Beirut è ambivalente: da un lato il governo libanese invoca il rispetto della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, dall’altro è privo degli strumenti per disarmare le milizie che infestano il sud del paese.
L’ottica di New York, invece, resta quella di una missione che «non può essere tenuta in scacco», come hanno dichiarato i vertici Onu, mentre a Tel Aviv si guarda con sospetto a qualsiasi presenza internazionale che non si schieri apertamente contro il Hezbollah. Guardando al futuro, gli strateghi europei si interrogano su due scenari: un rafforzamento del contingente per dissuadere nuove aggressioni, o un progressivo disimpegno che rischierebbe di lasciare il sud del Libano in balia di forze ostili. La morte dei due soldati francesi, tuttavia, potrebbe spingere Parigi a chiedere una revisione del mandato della Finul, magari con clausole più incisive di autodifesa e una maggiore cooperazione con l’esercito libanese.
Per l’Italia, che ha già vissuto il dramma dell’attentato di Nassiriyya, la lezione è amara: la pace può essere garantita solo quando tutte le parti in conflitto accettano di rispettare i caschi blu, e oggi in Libano questa condizione non sembra più sussistere.
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