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venerdì 24 aprile 2026

Trump chiama l’India «inferno», New Delhi protesta tra imbarazzo e realpolitik

La Casa Bianca ha dovuto correre ai ripari dopo che Donald Trump, con un post su Truth Social, ha ripreso il commento di un conduttore radiofonico che definiva l’India e la Cina «hellholes», buchi infernali. L’imbarazzo diplomatico è stato immediato: New Delhi, attraverso il ministero degli Esteri, ha parlato di osservazioni «disinformate, inappropriate e di cattivo gusto», sottolineando che non rispecchiano la realtà di un rapporto bilaterale basato su «rispetto reciproco e interessi condivisi». L’ambasciata americana ha tentato di spegnere l’incendio citando le parole dello stesso Trump, il quale avrebbe definito l’India un «grande paese» con al timone un «grande amico». Una precisazione arrivata in sordina, senza indicare quando il presidente avrebbe pronunciato quelle frasi, ma sufficiente a evitare una rottura aperta con un partner strategico come quello indiano.

L’opposizione interna, guidata dal Congresso, non ha perso occasione per attaccare il premier Narendra Modi, accusato di silenzio e debolezza di fronte all’alleato americano. La deputata Mahua Moitra ha ironizzato sul rapporto personale tra Modi e Trump, chiedendosi se il premier risponderà con un «khi khi» alle offese. La polemica si inserisce in un clima già teso per le politiche restrittive sull’immigrazione volute da Washington, che prendono di mira proprio il principio dello ius soli, al centro del discorso di Michael Savage ripreso da Trump.

Dall’altra parte del Golfo, Teheran ha colto l’occasione per una stoccata ironica. Il consolato iraniano a Mumbai ha pubblicato un video del Maharashtra invitando Trump a un «viaggio di disintossicazione culturale» in India, quasi a suggerire che, se vedesse con i propri occhi la ricchezza del subcontinente, smetterebbe di dire «bakwaas» – sciocchezze. Un gesto che, al di là della provocazione, rivela come la disputa verbale tra Washington e New Delhi offra sponde inaspettate a chi, come l’Iran, è in contesa con l’amministrazione Trump.

Lo scontro arriva in un momento delicato. A maggio è prevista la visita a New Delhi del segretario di Stato Marco Rubio, incaricato di rasserenare le acque dopo settimane di frizioni su dazi e commercio. Da Bruxelles, gli osservatori notano che l’episodio richiama alla mente i vecchi insulti di Trump ai paesi africani e caraibici, e conferma una gestione impulsiva della diplomazia che rischia di alienare alleati chiave in Asia. Per l’Europa, Italia compresa, la vicenda è un monito: la retorica trumpiana sulle migrazioni non fa distinzioni, e la stessa solidarietà atlantica potrebbe essere messa alla prova da linguaggi sempre più sbrigativi.

In prospettiva, il dossier resta aperto. New Delhi ha bisogno di Washington per bilanciare Pechino, ma non può accettare passivamente epiteti che feriscono l’orgoglio nazionale. La partita si giocherà nei prossimi mesi, tra dichiarazioni pubbliche e negoziati riservati. Quello che è certo è che, dopo il «hellhole», il vocabolario della Casa Bianca sarà scrutato con lente ancora più severa non solo dall’India, ma da tutto il mondo che guarda a un’America sempre più divisiva.

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venerdì 24 aprile 2026

Trump chiama l’India «inferno», New Delhi protesta tra imbarazzo e realpolitik

La Casa Bianca ha dovuto correre ai ripari dopo che Donald Trump, con un post su Truth Social, ha ripreso il commento di un conduttore radiofonico che definiva l’India e la Cina «hellholes», buchi infernali. L’imbarazzo diplomatico è stato immediato: New Delhi, attraverso il ministero degli Esteri, ha parlato di osservazioni «disinformate, inappropriate e di cattivo gusto», sottolineando che non rispecchiano la realtà di un rapporto bilaterale basato su «rispetto reciproco e interessi condivisi». L’ambasciata americana ha tentato di spegnere l’incendio citando le parole dello stesso Trump, il quale avrebbe definito l’India un «grande paese» con al timone un «grande amico». Una precisazione arrivata in sordina, senza indicare quando il presidente avrebbe pronunciato quelle frasi, ma sufficiente a evitare una rottura aperta con un partner strategico come quello indiano.

L’opposizione interna, guidata dal Congresso, non ha perso occasione per attaccare il premier Narendra Modi, accusato di silenzio e debolezza di fronte all’alleato americano. La deputata Mahua Moitra ha ironizzato sul rapporto personale tra Modi e Trump, chiedendosi se il premier risponderà con un «khi khi» alle offese. La polemica si inserisce in un clima già teso per le politiche restrittive sull’immigrazione volute da Washington, che prendono di mira proprio il principio dello ius soli, al centro del discorso di Michael Savage ripreso da Trump.

Dall’altra parte del Golfo, Teheran ha colto l’occasione per una stoccata ironica. Il consolato iraniano a Mumbai ha pubblicato un video del Maharashtra invitando Trump a un «viaggio di disintossicazione culturale» in India, quasi a suggerire che, se vedesse con i propri occhi la ricchezza del subcontinente, smetterebbe di dire «bakwaas» – sciocchezze. Un gesto che, al di là della provocazione, rivela come la disputa verbale tra Washington e New Delhi offra sponde inaspettate a chi, come l’Iran, è in contesa con l’amministrazione Trump.

Lo scontro arriva in un momento delicato. A maggio è prevista la visita a New Delhi del segretario di Stato Marco Rubio, incaricato di rasserenare le acque dopo settimane di frizioni su dazi e commercio. Da Bruxelles, gli osservatori notano che l’episodio richiama alla mente i vecchi insulti di Trump ai paesi africani e caraibici, e conferma una gestione impulsiva della diplomazia che rischia di alienare alleati chiave in Asia. Per l’Europa, Italia compresa, la vicenda è un monito: la retorica trumpiana sulle migrazioni non fa distinzioni, e la stessa solidarietà atlantica potrebbe essere messa alla prova da linguaggi sempre più sbrigativi.

In prospettiva, il dossier resta aperto. New Delhi ha bisogno di Washington per bilanciare Pechino, ma non può accettare passivamente epiteti che feriscono l’orgoglio nazionale. La partita si giocherà nei prossimi mesi, tra dichiarazioni pubbliche e negoziati riservati. Quello che è certo è che, dopo il «hellhole», il vocabolario della Casa Bianca sarà scrutato con lente ancora più severa non solo dall’India, ma da tutto il mondo che guarda a un’America sempre più divisiva.

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