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venerdì 24 aprile 2026

L’innocenza artificiale del re del pop: il biopic su Michael Jackson trionfa, ma semina polemiche globali

Ha ottenuto il punteggio del pubblico più alto mai registrato su Rotten Tomatoes per un biopic musicale, il 96%, mentre la critica lo ha stroncato con appena il 40%: è la forbice che definisce Michael, il film diretto da Antoine Fuqua, arrivato sugli schermi mondiali dopo anni di riscritture, sforamenti di budget e l’ombra di un accordo stragiudiziale da venti milioni di dollari. Il lungometraggio, interpretato dal nipote Jaafar Jackson, si arresta al Bad World Tour del 1988 e consegna allo spettatore un ritratto angelico, ignorando interamente le accuse di abusi sessuali su minori che hanno segnato l’ultima fase della vita dell’artista. Eppure, il pubblico ha risposto con un entusiasmo che lascia interdetti gli osservatori: negli Stati Uniti l’incasso d’esordio potrebbe raggiungere i settanta milioni di dollari, superando il record del biopic sugli N.W.A., mentre in India il cinema Raj Mandir di Jaipur – tempio del cinema hindi – l’ha accolto come primo film hollywoodiano non doppiato, segno di una metamorfosi nei gusti della classe media emergente.

Dietro la superficie scintillante, la lavorazione del film ha assunto i contorni di un caso diplomatico. Dopo una serie di rinvii, la produzione ha dovuto ri-girare l’intero terzo atto perché le scene dedicate alle accuse mosse da Jordan Chandler violavano i termini di un patto sottoscritto con la famiglia del ragazzo. Il Jackson Estate ha investito quindici milioni in reshape e ha blindato ogni passaggio, consegnando all’opera una struttura narrativa mutilata che, secondo gli analisti europei, trasforma il biopic in una «agiografia imbarazzante», un esercizio di canonizzazione laica dove Michael Jackson appare più un santo che un uomo. Dalla stampa del mondo arabo si leva un giudizio affine: il film resta «in superficie», partorendo un topolino dopo anni di gestazione, e lo spettatore non afferra mai le zone buie di una parabola pur unica.

A rendere più affilato il dibattito è la sincronia con altre riabilitazioni pubbliche, come il ritorno di Kanye West, che insieme all’uscita di Michael ha spinto commentatori nordamericani a interrogarsi su chi decida cosa possa essere perdonato. Il regista di Leaving Neverland, Dan Reed, ha dichiarato dalla Gran Bretagna che Jackson «è stato peggio di Jeffrey Epstein», leggendo nell’accoglienza tiepida alle sue tesi la prova che al grande pubblico la musica importa più delle vittime. L’Italia, dove il ricordo del concerto di Monza e della visita a Roma rimane vivido, rischia di abbracciare la pellicola con lo stesso slancio emotivo che altrove ha messo in fuga gli interrogativi morali: la nostalgia, quando indossa i panni dell’arte, può anestetizzare il giudizio.

Il presidente della divisione cinematografica di Lionsgate ha già ventilato l’ipotesi di un sequel che affronti proprio le accuse di abuso, sebbene ciò richiederebbe una regia legale ancora più delicata. L’enorme spinta commerciale del film – che Forbes prevede capace di rivitalizzare l’intero catalogo discografico – dimostra che il mito di Jackson sopravvive a qualsiasi processo, mediatico o giudiziario. Si profila così un paradosso tutto contemporaneo: un capolavoro musicale eterno, cristallizzato in un racconto che rimuove deliberatamente la complessità, diventa lo specchio di una cultura disposta a separare l’artista dall’uomo fino a scollare la memoria. E mentre gli incassi salgono, resta aperta la domanda scomoda: ciò che stiamo applaudendo è il genio della musica o la nostra volontà di dimenticare in cambio di emozioni a buon mercato?

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venerdì 24 aprile 2026

L’innocenza artificiale del re del pop: il biopic su Michael Jackson trionfa, ma semina polemiche globali

Ha ottenuto il punteggio del pubblico più alto mai registrato su Rotten Tomatoes per un biopic musicale, il 96%, mentre la critica lo ha stroncato con appena il 40%: è la forbice che definisce Michael, il film diretto da Antoine Fuqua, arrivato sugli schermi mondiali dopo anni di riscritture, sforamenti di budget e l’ombra di un accordo stragiudiziale da venti milioni di dollari. Il lungometraggio, interpretato dal nipote Jaafar Jackson, si arresta al Bad World Tour del 1988 e consegna allo spettatore un ritratto angelico, ignorando interamente le accuse di abusi sessuali su minori che hanno segnato l’ultima fase della vita dell’artista. Eppure, il pubblico ha risposto con un entusiasmo che lascia interdetti gli osservatori: negli Stati Uniti l’incasso d’esordio potrebbe raggiungere i settanta milioni di dollari, superando il record del biopic sugli N.W.A., mentre in India il cinema Raj Mandir di Jaipur – tempio del cinema hindi – l’ha accolto come primo film hollywoodiano non doppiato, segno di una metamorfosi nei gusti della classe media emergente.

Dietro la superficie scintillante, la lavorazione del film ha assunto i contorni di un caso diplomatico. Dopo una serie di rinvii, la produzione ha dovuto ri-girare l’intero terzo atto perché le scene dedicate alle accuse mosse da Jordan Chandler violavano i termini di un patto sottoscritto con la famiglia del ragazzo. Il Jackson Estate ha investito quindici milioni in reshape e ha blindato ogni passaggio, consegnando all’opera una struttura narrativa mutilata che, secondo gli analisti europei, trasforma il biopic in una «agiografia imbarazzante», un esercizio di canonizzazione laica dove Michael Jackson appare più un santo che un uomo. Dalla stampa del mondo arabo si leva un giudizio affine: il film resta «in superficie», partorendo un topolino dopo anni di gestazione, e lo spettatore non afferra mai le zone buie di una parabola pur unica.

A rendere più affilato il dibattito è la sincronia con altre riabilitazioni pubbliche, come il ritorno di Kanye West, che insieme all’uscita di Michael ha spinto commentatori nordamericani a interrogarsi su chi decida cosa possa essere perdonato. Il regista di Leaving Neverland, Dan Reed, ha dichiarato dalla Gran Bretagna che Jackson «è stato peggio di Jeffrey Epstein», leggendo nell’accoglienza tiepida alle sue tesi la prova che al grande pubblico la musica importa più delle vittime. L’Italia, dove il ricordo del concerto di Monza e della visita a Roma rimane vivido, rischia di abbracciare la pellicola con lo stesso slancio emotivo che altrove ha messo in fuga gli interrogativi morali: la nostalgia, quando indossa i panni dell’arte, può anestetizzare il giudizio.

Il presidente della divisione cinematografica di Lionsgate ha già ventilato l’ipotesi di un sequel che affronti proprio le accuse di abuso, sebbene ciò richiederebbe una regia legale ancora più delicata. L’enorme spinta commerciale del film – che Forbes prevede capace di rivitalizzare l’intero catalogo discografico – dimostra che il mito di Jackson sopravvive a qualsiasi processo, mediatico o giudiziario. Si profila così un paradosso tutto contemporaneo: un capolavoro musicale eterno, cristallizzato in un racconto che rimuove deliberatamente la complessità, diventa lo specchio di una cultura disposta a separare l’artista dall’uomo fino a scollare la memoria. E mentre gli incassi salgono, resta aperta la domanda scomoda: ciò che stiamo applaudendo è il genio della musica o la nostra volontà di dimenticare in cambio di emozioni a buon mercato?

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