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sabato 2 maggio 2026

L’ombra di Beirut nel mirino israeliano: la tregua in Libano è già guerra

La mattina di venerdì, mentre la polvere delle esplosioni si posava sulle colline del sud del Libano, una voce anonima ma autorevole filtrava dai comandi militari israeliani: «Dobbiamo entrare in profondità in Libano, colpire Beirut e non uscire più». La frase, affidata alla televisione israeliana, non è uno sfogo isolato. È il riflesso di un ordine operativo già impartito dal capo di stato maggiore Eyal Zamir: estendere i raid ben oltre la fascia di confine per distruggere la catena di produzione e rifornimento dei droni di Hezbollah. Dopo settimane di attacchi reciproci condotti con velivoli senza pilota, la dottrina militare dello Stato ebraico si sta spostando da una logica di contenimento a una strategia di interdizione profonda, segnando il fallimento sostanziale del cessate il fuoco firmato il 17 aprile e successivamente prorogato sotto l’egida di Washington.

Sul terreno, quel fallimento si conta in corpi. Tredici morti, secondo il ministero della Salute libanese: a Habboush, otto vittime tra cui una bambina e due donne, con altri ventuno feriti; a Zrariyeh, quattro morti, di nuovo donne. E ancora un decesso ad Ain Baal, presso Tiro. Le immagini mostrano colonne di fumo innalzarsi dopo che gli aerei israeliani hanno colpito abitazioni e strade, nonostante un preavviso di evacuazione lanciato dal portavoce militare Avichay Adraee su X, che intimava agli abitanti di allontanarsi di almeno mille metri. Quell’avviso, arrivato meno di un’ora prima dei bombardamenti, è apparso a molti più come un rituale burocratico che come una misura di protezione effettiva.

L’ottica di Tel Aviv è radicalmente diversa. Nelle ultime settimane, i droni FPV — economici, letali, difficili da intercettare — hanno ferito quattro soldati nei pressi di Margaliot e colpito comunità civili della Galilea. Per lo stato maggiore, non si tratta più di incidenti sporadici ma di un’arma strategica che sta alterando l’equilibrio tattico. Di qui l’innalzamento del livello di allerta nel nord di Israele da verde a giallo, la limitazione delle attività scolastiche e degli assembramenti, e la decisione di spingersi fino al cuore logistico del nemico, ovunque si trovi. «Non si può continuare così», ha dichiarato il funzionario israeliano, descrivendo una guerra di attrito che logora la deterrenza.

Ma la prospettiva da Beirut, e dalle cancellerie arabe che seguono con angoscia la sorte del fragile Libano, è quella di un Paese ostaggio di due fuochi. Il governo di Najib Mikati, già paralizzato dalla crisi economica, vede erodersi l’unico argine diplomatico strappato con la mediazione americana. Bruxelles e i diplomatici europei, in costante contatto con Roma, osservano con apprensione crescente: l’Italia guida la missione UNIFIL e ha circa mille soldati dispiegati tra Naqoura e il fiume Litani. Ogni escalation mette a repentaglio il loro mandato e rischia di trascinare le forze internazionali in una spirale non governabile.

A chi guarda da Pechino o da Mosca, il Libano appare l’ennesimo teatro in cui l’ordine regionale si sfalda per eccesso di potenza unilaterale e assenza di mediazione multilaterale. Ma per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la posta in gioco è immediata. L’eventuale ingresso di forze israeliane in profondità, con incursioni terrestri e raid su Beirut, non sarebbe solo una violazione del cessate il fuoco: sarebbe l’innesco di una crisi umanitaria e securitaria alle porte di casa. La domanda, mentre le sirene di allarme suonano nei kibbutz e nei villaggi sciiti, è se la diplomazia riuscirà a recuperare uno spazio che i fatti d’armi stanno cancellando a colpi di droni e missili. Oppure se, ancora una volta, il Mediterraneo orientale sarà lo specchio di una pace solo nominale, capace di sopravvivere a stento tra un avvertimento su Twitter e un palazzo sventrato.

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L’ombra di Beirut nel mirino israeliano: la tregua in Libano è già guerra

La mattina di venerdì, mentre la polvere delle esplosioni si posava sulle colline del sud del Libano, una voce anonima ma autorevole filtrava dai comandi militari israeliani: «Dobbiamo entrare in profondità in Libano, colpire Beirut e non uscire più». La frase, affidata alla televisione israeliana, non è uno sfogo isolato. È il riflesso di un ordine operativo già impartito dal capo di stato maggiore Eyal Zamir: estendere i raid ben oltre la fascia di confine per distruggere la catena di produzione e rifornimento dei droni di Hezbollah. Dopo settimane di attacchi reciproci condotti con velivoli senza pilota, la dottrina militare dello Stato ebraico si sta spostando da una logica di contenimento a una strategia di interdizione profonda, segnando il fallimento sostanziale del cessate il fuoco firmato il 17 aprile e successivamente prorogato sotto l’egida di Washington.

Sul terreno, quel fallimento si conta in corpi. Tredici morti, secondo il ministero della Salute libanese: a Habboush, otto vittime tra cui una bambina e due donne, con altri ventuno feriti; a Zrariyeh, quattro morti, di nuovo donne. E ancora un decesso ad Ain Baal, presso Tiro. Le immagini mostrano colonne di fumo innalzarsi dopo che gli aerei israeliani hanno colpito abitazioni e strade, nonostante un preavviso di evacuazione lanciato dal portavoce militare Avichay Adraee su X, che intimava agli abitanti di allontanarsi di almeno mille metri. Quell’avviso, arrivato meno di un’ora prima dei bombardamenti, è apparso a molti più come un rituale burocratico che come una misura di protezione effettiva.

L’ottica di Tel Aviv è radicalmente diversa. Nelle ultime settimane, i droni FPV — economici, letali, difficili da intercettare — hanno ferito quattro soldati nei pressi di Margaliot e colpito comunità civili della Galilea. Per lo stato maggiore, non si tratta più di incidenti sporadici ma di un’arma strategica che sta alterando l’equilibrio tattico. Di qui l’innalzamento del livello di allerta nel nord di Israele da verde a giallo, la limitazione delle attività scolastiche e degli assembramenti, e la decisione di spingersi fino al cuore logistico del nemico, ovunque si trovi. «Non si può continuare così», ha dichiarato il funzionario israeliano, descrivendo una guerra di attrito che logora la deterrenza.

Ma la prospettiva da Beirut, e dalle cancellerie arabe che seguono con angoscia la sorte del fragile Libano, è quella di un Paese ostaggio di due fuochi. Il governo di Najib Mikati, già paralizzato dalla crisi economica, vede erodersi l’unico argine diplomatico strappato con la mediazione americana. Bruxelles e i diplomatici europei, in costante contatto con Roma, osservano con apprensione crescente: l’Italia guida la missione UNIFIL e ha circa mille soldati dispiegati tra Naqoura e il fiume Litani. Ogni escalation mette a repentaglio il loro mandato e rischia di trascinare le forze internazionali in una spirale non governabile.

A chi guarda da Pechino o da Mosca, il Libano appare l’ennesimo teatro in cui l’ordine regionale si sfalda per eccesso di potenza unilaterale e assenza di mediazione multilaterale. Ma per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la posta in gioco è immediata. L’eventuale ingresso di forze israeliane in profondità, con incursioni terrestri e raid su Beirut, non sarebbe solo una violazione del cessate il fuoco: sarebbe l’innesco di una crisi umanitaria e securitaria alle porte di casa. La domanda, mentre le sirene di allarme suonano nei kibbutz e nei villaggi sciiti, è se la diplomazia riuscirà a recuperare uno spazio che i fatti d’armi stanno cancellando a colpi di droni e missili. Oppure se, ancora una volta, il Mediterraneo orientale sarà lo specchio di una pace solo nominale, capace di sopravvivere a stento tra un avvertimento su Twitter e un palazzo sventrato.

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