
L’ossessione di trattenere: oggetti, lavoro, affetti e il prezzo dell’accumulo invisibile
Dalla Nigeria al Giappone, passando per l’Europa e il Sudest asiatico, il gesto di lasciar andare si scontra con la paura di perdere se stessi.
In una casa di Lagos, l’aria sapeva sempre di cipolla bruciata e candeggina. Peju Akande, giornalista nigeriana, racconta di pavimenti lucidati ogni sabato finché non somigliavano alla «superficie di una tomba fresca». Un giorno, il compagno le scagliò un piatto di platano fritto contro la parete perché i pezzi erano troppo spessi. «Guarda cosa mi hai costretto a fare» le disse, con una voce priva di inflessione. Reagire significava ammettere di aver costruito un tempio su una palude. Così imparò a chiedere scusa per aver comprato il detersivo sbagliato, per non aver risposto al telefono entro tre minuti, per aver mangiato gli avanzi che le erano stati concessi. Quell’elenco silenzioso diventò la sua aria. Poche latitudini più a nord, in una sala seminari tedesca, una madre bionda si gettava nel traffico per afferrare il figlio, un bambino che correva come un piccolo gorilla. Nell’aula, su un cartellone, c’erano scritte le parole «resilienza» e «regolazione delle emozioni»; le mamme sedute attorno al tavolo non sorridevano. In un angolo d’Europa come in uno dell’Africa, la resistenza era una valuta spirituale.
Un’altra forma di resistenza, più silenziosa, si consumava in un liceo rurale del Giappone. Un’insegnante britannica, trasferitasi dalla metropoli londinese, scoprì che ogni assenza dal lavoro comportava l’obbligo di portare dolcetti incartati a mano per quaranta colleghi. Le ferie esistevano sulla carta, ma il supervisore le consigliò di conservarne la metà per i giorni di malattia, perché senza certificato di ricovero erano a carico del lavoratore. Un docente anziano le mostrò il proprio registro: centoventi giorni di ferie non godute, impossibili da accumulare oltre. «Non prendo un giorno libero da sei anni», le disse. Per non sentirsi una scansafatiche, la ragazza cominciò a trattenersi in ufficio fino alle sei, anche quando non c’era nulla da fare. La nuvola del dovere si posava anche sulle vacanze scolastiche, trascorse in classe a fissare il vuoto.
In America Latina, secondo gli psicologi, lo stesso meccanismo di accumulo assume la forma degli oggetti. Un orologio ereditato dal padre, che segna l’ora sbagliata ma tiene viva una presenza; un vestito di una stagione felice che ricorda chi eravamo; i disegni dei figli che raccontano anni volatili. L’«effetto dotazione», studiato dai premi Nobel Daniel Kahneman e Richard Thaler, ci rende ciechi: ciò che possediamo ci appare insostituibile semplicemente perché è nostro. Liberarsene equivale a una seconda perdita. Così le case si riempiono di scatole, gli armadi di abiti mai più indossati, e la domanda «e se un giorno mi servisse?» diventa una catena. La memoria della scarsità, soprattutto tra le generazioni che hanno attraversato ristrettezze, trasforma ogni cianfrusaglia in un amuleto contro l’incertezza.
Altri contesti propongono invece una via di misura. Nel mondo islamico, da Dacca a Il Cairo, i sapienti ricordano il versetto: «Mangiate e bevete, ma non eccedete». L’israf – l’eccesso che sconfina nello spreco – riguarda il cibo, gli acquisti, le emozioni e persino la devozione: un’esagerata astinenza che il profeta stesso corresse, indicando invece il terzo dello stomaco da lasciare al respiro. Sul versante sentimentale, una voce dal Ghana invoca la «restrizione»: non per timidezza, ma per non lasciare frammenti di sé in amori che non metteranno radici. «Non voglio collezionare persone prima di andarmene», scrive la giovane autrice. In un continente come in un altro, la sfida è trovare il punto di equilibrio tra il possesso e la perdita, tra il desiderio di controllo e la fiducia.
Forse, come suggeriscono da Buenos Aires, la domanda non è perché sia così difficile liberarsi di un oggetto o di un’abitudine, ma cosa dobbiamo ringraziare prima di lasciarlo andare. Il bambino che stava per investire un’auto in una tranquilla via tedesca, la macchia scura sulla parete di Lagos, l’insegnante che impacchetta biscotti all’alba: sono tutti segni di un eccesso che diventa gabbia. E se la vera leggerezza iniziasse da un armadio più vuoto, da una giornata di ferie presa senza sensi di colpa, da un amore che non chieda scuse ogni sera?
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.60 | critical |
| Stampa africana subsahariana | 0.00 | neutral |
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