
Biennale di Venezia: la giuria si dimette, l'arte diventa un campo di battaglia globale
A nove giorni dall’inaugurazione, la 61ª Biennale d’Arte di Venezia si presenta come un campo minato politico e culturale. Il terremoto più recente è la decisione dell’intera giuria internazionale, composta da cinque curatrici di fama mondiale, di rassegnare le dimissioni: un gesto che ha fatto saltare la cerimonia di premiazione del 9 maggio, sostituita da un voto popolare tra i visitatori. Il nodo del contendere è la partecipazione di Russia e Israele, Paesi i cui leader sono destinatari di mandati d’arresto della Corte penale internazionale. La giuria aveva annunciato che non avrebbe preso in considerazione le opere di artisti provenienti da quelle nazioni, in aperto contrasto con la linea del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, deciso a non escludere nessuno in nome di una neutralità che molti giudicano ingenua, se non connivente.
La scelta di Buttafuoco — intellettuale di destra, convertito all’Islam, autodefinitosi «saraceno» — ha spaccato il fronte politico italiano. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha inviato una lettera di richiamo, mentre il vicepremier Matteo Salvini ha elogiato la «geniale» soluzione del voto popolare e si è detto «sempre d’accordo col Presidente del Consiglio». Giorgia Meloni, più cauta, ha ammesso di non aver fatto le stesse scelte. Inaspettatamente, l’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro, figura della sinistra liberale, è sceso in difesa di Buttafuoco, sostenendo che non si può pretendere che il presidente della Biennale faccia politica per conto del governo: una posizione che ha scompaginato le consuete appartenenze.
Oltre i confini italiani, la questione si allarga a dimensioni geopolitiche. Bruxelles ha congelato un finanziamento di due milioni di euro destinato alla Biennale, protestando contro la riapertura del padiglione russo. L’Ucraina e molti Paesi dell’Est Europa hanno denunciato la decisione come un’offesa alla memoria del conflitto in corso. Nella prospettiva di Pechino, che osserva l’Europa frammentarsi su questi temi, la vicenda conferma la crescente politicizzazione delle istituzioni culturali. Dal fronte israeliano, Tel Aviv ha scelto per il proprio padiglione un’opera volutamente apolitica, «Vardah Ha’Ayin» (Rosa del nulla), una cascata di acqua nera che sembra voler evocare l’assuefazione, il silenzio strategico di chi punta a normalizzare la propria presenza culturale nonostante le tensioni.
Mosca, dal canto suo, ha accolto con sollievo la riapertura del padiglione, assente dal 2022, e interpreta le dimissioni della giuria come un sintomo della debolezza delle istituzioni artistiche occidentali, divise tra principi e pragmatismo. Ma al di là delle reazioni immediate, l’episodio segna un punto di non ritorno: la Biennale — vetrina storica del cosmopolitismo culturale — si trova oggi a dover mediare tra l’autonomia artistica e le pressioni diplomatiche, tra il boicottaggio e l’inclusione a ogni costo. Per l’Italia, che della Biennale fa un vanto e un volano per il turismo, la posta è altissima: il rischio è che la manifestazione si trasformi in un simbolo di un’Europa incapace di parlare con una voce sola di fronte ai conflitti che la attraversano. Il futuro, per Venezia, sarà fatto di equilibri sempre più instabili, dove ogni scelta curatoriale assume il peso di una dichiarazione di politica estera.
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