
Il ritorno della Russia alla Biennale divide l’arte e la politica tra proteste e boicottaggi
Il padiglione russo riapre a Venezia dopo l’esclusione per la guerra in Ucraina. Tra dimissioni, scontri verbali e minacce di tagli ai fondi, la 61ª edizione si trasforma in un campo di battaglia culturale.
Il padiglione della Russia ha riaperto i battenti alla 61ª Biennale di Venezia, rompendo un silenzio durato due edizioni dopo l’invasione dell’Ucraina. L’inaugurazione è stata accolta da una protesta delle attiviste di Femen e del collettivo Pussy Riot, che hanno colorato il cielo di rosa e di gialloblù, i colori della bandiera ucraina, mentre i carabinieri presidiavano l’ingresso. La scelta del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di riammettere lo Stato aggressore ha innescato una crisi che va ben oltre i confini del Lido: si dimettono membri del comitato artistico, l’Iran rinuncia alla partecipazione, e da Bruxelles arrivano minacce di riduzione dei fondi europei destinati alla manifestazione.
Il dibattito si è subito trasferito nelle stanze della politica italiana. Su La7, il direttore del Foglio Claudio Cerasa e la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti si sono affrontati a muso duro: per Cerasa, escludere la Russia significa fare un favore a Putin, mentre Piccolotti ha replicato che ospitare un padiglione organizzato da un governo che viola il diritto internazionale è un atto di diplomazia culturale inaccettabile. Una frattura che riflette le divisioni dell’intera Europa: Berlino ha espresso imbarazzo, Parigi si è trincerata dietro il principio dell’autonomia artistica, e l’Ucraina ha denunciato la normalizzazione di un’aggressione in corso.
L’ombra della guerra si allunga anche sul padiglione israeliano, bersaglio di boicottaggi e petizioni da parte di collettivi artistici che lo accusano di complicità con le operazioni a Gaza. La Biennale, nata come vetrina del contemporaneo, si ritrova così a fare i conti con due conflitti che polarizzano l’opinione pubblica globale. Secondo gli analisti di Bruxelles, il rischio è che la manifestazione perda la sua funzione di spazio neutrale per trasformarsi in un palcoscenico di scontri politici, mentre l’amministrazione Meloni cerca di bilanciare le ragioni della cultura con quelle della diplomazia.
Guardando al futuro, la questione non è se la Biennale debba o meno ospitare Paesi in guerra, ma quale prezzo sia disposta a pagare per restare rilevante. Senza una politica chiara sui criteri di ammissione, ogni edizione rischia di diventare un referendum sulla legittimità degli Stati partecipanti. Il mondo dell’arte, che da sempre si vuole apolide, scopre di non poter sfuggire alla geografia del potere.
| Stampa europea continentale | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.80 | critical |
Il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia con un padiglione ufficiale ha scatenato aspre polemiche e proteste. Voci critiche denunciano che accogliere uno Stato aggressore significa legittimarne la propaganda, trasformando l'arte in un'estensione del potere bellico. L'evento artistico rischia così di diventare un palcoscenico di scontro politico anziché di dialogo culturale.
La presenza russa ha fatto precipitare la Biennale in una crisi profonda, tra dimissioni, boicottaggi e minacce di tagli ai fondi. L'arte è sotto tensione, con la mostra che si apre in un clima di grande agitazione per il ritorno di Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina. L'evento appare ostaggio di uno scontro geopolitico che ne minaccia la sopravvivenza.
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