
La Casa Bianca blocca la candidatura palestinese all'ONU: ritiro dopo minacce sui visti
L’ambasciatore palestinese Riyad Mansour rinuncia alla corsa per la vicepresidenza dell’Assemblea Generale dopo pressioni statunitensi. Subentra il Libano.
L’ambasciatore palestinese presso le Nazioni Unite, Riyad Mansour, ha ritirato la sua candidatura alla vicepresidenza dell’Assemblea Generale dopo una pressione senza precedenti dell’amministrazione Trump. La decisione, comunicata giovedì attraverso un Paese arabo, è stata accompagnata dall’impegno a non ripresentare la candidatura per i prossimi due anni, periodo che coincide con la fine del mandato presidenziale americano. Al suo posto, il Libano proporrà il proprio ambasciatore.
Secondo un cavo diplomatico del Dipartimento di Stato visionato da Reuters, Washington aveva minacciato di revocare i visti all’intera delegazione palestinese se Mansour non avesse ritirato la sua candidatura. La mossa era stata giustificata con la necessità di non «alimentare le tensioni» e di non minare il piano di pace per Gaza voluto da Donald Trump. Già a febbraio, Mansour era stato costretto a rinunciare alla corsa per la presidenza dell’Assemblea Generale, sempre per pressioni congiunte di Stati Uniti e Israele.
Da Ramallah, i vertici dell’Autorità Nazionale Palestinese mostrano crescente preoccupazione per l’accerchiamento diplomatico subito. Fonti di sicurezza hanno riferito al sito Al-Modon che Washington sta stringendo la morsa su ogni aspetto dell’attività internazionale palestinese, limitando spazi già esigui. La prospettiva di perdere i visti per la missione all’ONU rappresenta un ulteriore colpo alla capacità di rappresentanza, in un momento in cui il processo di pace appare in stallo.
L’episodio solleva interrogativi sul futuro della diplomazia palestinese sotto l’amministrazione Trump. L’accordo di rinunciare alla corsa per due anni potrebbe essere interpretato come un tentativo di attendere un cambio di inquilino alla Casa Bianca, ma intanto segnala la vulnerabilità di un’entità che dipende dai visti USA per operare a New York. Bruxelles, pur non intervenendo direttamente, osserva con apprensione l’erosione del multilateralismo e l’uso di strumenti di pressione extra-ONU. Per l’Italia e l’Europa, la vicenda conferma la difficoltà di sostenere una soluzione a due Stati quando la potenza mediatrice agisce unilateralmente.
| Stampa israeliana | +0.30 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.90 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
| Stampa russa e CSI | −0.60 | critical |
L'amministrazione statunitense ha agito con decisione per proteggere il processo di pace, facendo pressione sull'inviato palestinese, la cui candidatura unilaterale alla vicepresidenza avrebbe minato i negoziati in corso. La minaccia di revoca dei visti, seppur severa, è una risposta proporzionata all'intransigenza palestinese.
Washington continua la sua campagna di bullismo contro la diplomazia palestinese, usando la minaccia dei visti come ricatto per costringere l'Autorità Palestinese a sottomettersi. Gli Stati Uniti cercano di far tacere la voce palestinese all'ONU e sabotare ogni avanzamento diplomatico, in totale spregio del diritto internazionale.
La Casa Bianca ha esercitato forti pressioni sull'inviato palestinese all'ONU affinché ritirasse la candidatura per una vicepresidenza simbolica, minacciando la revoca dei visti. Sebbene giustificata dalla necessità di evitare tensioni con il piano di pace, la mossa evidenzia l'asimmetria di potere e solleva interrogativi sulle tattiche diplomatiche statunitensi.
Washington dimostra ancora una volta l'arroganza imperiale dettando le condizioni a un osservatore sovrano all'ONU. La richiesta di ritirare la candidatura sotto la minaccia di revoca dei visti è un palese disprezzo per la diplomazia multilaterale. Ciò riflette i doppi standard degli Stati Uniti nelle organizzazioni internazionali.
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