
La FIFA di Infantino e il crepuscolo dello scettro europeo
Sul palco del Congresso di Vancouver, a sei settimane dal primo Mondiale a quarantotto squadre, Gianni Infantino ha sciolto ogni riserva: sarà candidato per un nuovo mandato alla presidenza della FIFA nel 2027. La notizia è insieme un punto d’arrivo e una dichiarazione di continuità. Il dirigente italo-svizzero, che resse l’organizzazione dopo la traumatica caduta di Blatter nel 2016, si presenta forte di un blocco di consensi che ridisegna la geografia del potere nel calcio planetario, relegando l’Europa a un ruolo inedito di osservatrice silenziosa. La transizione dal tracollo reputazionale di Zurigo alla FIFA «oggi davvero rispettata», come ama definirla il suo presidente, è avvenuta cucendo un’alleanza profonda con i mondi emergenti del pallone, quelli che Infantino ha corteggiato ampliando i format e distribuendo risorse e visibilità. E, in questo disegno, l’appoggio delle confederazioni africane, asiatiche e sudamericane non è un semplice dettaglio congressuale: è l’architrave di una rielezione che appare già blindata e senza un avversario dichiarato.
Da Accra a Kuala Lumpur, da Buenos Aires a Giacarta, il sostegno si è espresso con tempismo scenografico. La Confederazione africana ha approvato all’unanimità la ricandidatura, schierando tutti i suoi cinquantaquattro membri; un’adesione compatta che, unita ai dieci voti sudamericani e ai quarantasei asiatici già promessi, può contare su centodieci delle duecentoundici delegazioni con diritto di voto, un perimetro che da solo sfiora la maggioranza assoluta. L’ottica di Pechino e Nuova Delhi, di Doha e Riyad, ma anche quella delle capitali del football sudamericano, riconosce in Infantino l’uomo che ha moltiplicato le partecipazioni ai Mondiali, introdotto un Mondiale per club allargato e pilotato la FIFA fuori dalla palude giudiziaria post-Blatter. In cambio, il presidente ha costruito un sistema di leve finanziarie – dai fondi di sviluppo alle competizioni ridisegnate – che rende problematico, per quelle stesse federazioni, immaginare un cambio di rotta. È un equilibrio politico che trasforma ogni congresso in un plebiscito e che, dall’Africa all’Asia, viene letto come una rivincita delle periferie calcistiche contro il vecchio centro del potere.
Proprio questo centro, l’Europa, si distingue per un eloquente riserbo. La UEFA non ha preso posizione, e il suo presidente Aleksander Čeferin – che pure ha condiviso con Infantino battaglie e dossier delicati – evita per ora di concedere una benedizione formale. Negli ambienti diplomatici di Bruxelles e nelle stanze di Nyon, si avverte il peso di una divergenza strategica che va ben oltre i rapporti personali: lo sviluppo ipertrofico del calendario, la creazione del Mondiale per club che interessa Juventus e Inter, e la diluizione della Champions League in un ecosistema sempre più affollato di competizioni FIFA, generano tensioni crescenti fra le leghe europee e il governo mondiale del calcio. Per un lettore italiano, la questione ha un sapore amaro e concreto: l’Italia, rimasta fuori dalle ultime due edizioni del Mondiale, conosce il valore ambivalente di un torneo allargato – maggiore chance di qualificazione, ma anche un indebolimento simbolico del percorso di selezione – e osserva le mosse della FIGC, che, all’interno del consesso UEFA, si trova a bilanciare l’interesse nazionale e la linea di un’Europa sempre più guardinga. Il riformismo di Infantino, insomma, per le capitali occidentali porta con sé rischi di saturazione e di perdita di centralità.
La stessa questione dei mandati, che nei giorni scorsi è tornata a essere evocata, assume una luce particolare da questa prospettiva. Nel 2023, il Congresso di Kigali aveva stabilito che il primo mandato di Infantino – cominciato nel 2016 per completare il periodo residuo dopo l’uscita di Blatter – non dovesse essere contato nel limite delle tre legislature piene, permettendogli così di correre nel 2027 senza infrangere formalmente lo statuto. Giuristi e analisti di Bruxelles, ma anche osservatori da Mosca a Pechino, vi leggono una torsione consensuale delle regole che non genera vero scandalo in un consesso dove le delegazioni africane e asiatiche applaudono ogni decisione presidenziale. Ma in un’Europa attenta ai presìdi di governance, la manovra riaffiora come il sintomo di una democrazia interna ridotta a liturgia.
Ciò che si profila, dunque, non è solo una rielezione scontata, ma la definitiva consacrazione di una geografia del potere in cui l’asse Sud del mondo elegge il presidente e il Nord, pur detenendo il grosso dei ricavi e dei club, accetta un ruolo di comprimario o di opposizione silenziosa. Il congresso del prossimo anno – con Infantino probabilmente unico candidato – celebrerà questo spostamento del baricentro, mentre l’Italia e l’Europa dovranno decidere se adattarsi a una FIFA che parla sempre più la lingua di più continenti e sempre meno quella del Vecchio Mondo, oppure provare a ricucire uno spazio di influenza che, dal 2016 a oggi, hanno visto ridursi con la progressiva espansione di ogni format pensato per accontentare le masse del pianeta. L’unica certezza, in attesa dell’inevitabile rielezione, è che il calcio globale scriverà i suoi prossimi capitoli lontano dai salotti di Zurigo e molto più vicino ai grandi numeri di mercati che, come ha mostrato Vancouver, hanno già deciso da che parte stare.
Allarga lo sguardo
Trump congela i raid sull’Iran, subordinati a un accordo rapido sullo Stretto di Hormuz
6 lingue · 74 testate
Da Economy & MarketsIl Messico rimbalza dell’1,5% nel secondo trimestre, il miglior dato in oltre cinque anni
1 lingua · 18 testate
Da TechnologyGIIAS 2026: Chery lancia la Q con prenotazione solo online, 6.000 ordini in poche settimane
1 lingua · 15 testate