
La guerra dell'informazione tra Washington e Pechino: giornalisti espulsi e accuse di spionaggio
L’espulsione di una corrispondente del New York Times da Pechino scatena la ritorsione americana contro un’inviata di Xinhua, mentre un cronista statunitense viene arrestato come agente non dichiarato della Cina.
Negli ultimi giorni, la tensione tra Stati Uniti e Cina ha trovato un nuovo teatro di scontro: il giornalismo internazionale. A febbraio, le autorità di Pechino hanno ordinato l’espulsione di Vivian Wang, corrispondente del New York Times, motivando la decisione con la partecipazione del quotidiano a un evento del DealBook in cui era presente la presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen. La risposta di Washington non si è fatta attendere: il Dipartimento di Stato ha revocato il visto a una giornalista dell’agenzia statale cinese Xinhua, in una classica rappresaglia diplomatica. Sebbene l’identità della reporter non sia stata resa nota, fonti ufficiali hanno confermato la volontà di procedere con il provvedimento, segnando un’ulteriore escalation nelle già complicate relazioni bilaterali.
Questa crisi non nasce dal nulla. Da anni, i due giganti si contendono il diritto di accesso all’informazione sui rispettivi territori, in un braccio di ferro che ha visto la Cina di Xi Jinping restringere progressivamente gli spazi per la stampa estera, espellendo reporter e imponendo limiti ai visti. Gli Stati Uniti, da parte loro, hanno designato diversi organi di Stato cinesi come “missioni estere”, costringendoli a registrarsi e a dichiarare il personale. Secondo gli analisti di Bruxelles, questo scontro non è solo bilaterale: rischia di travolgere anche i giornalisti europei, sempre più spesso oggetto di analoghe restrizioni. L’Unione Europea osserva con preoccupazione, consapevole che la difesa della libertà di stampa in Cina richiede un approccio coordinato.
Mentre si consuma la partita delle espulsioni, un altro caso agita le acque. Thomas Pauken II, giornalista e commentatore politico statunitense che ha vissuto per dieci anni in Cina, è stato arrestato dall’FBI con l’accusa di aver agito come agente non dichiarato del governo di Pechino. Secondo i documenti presentati in tribunale, Pauken avrebbe preparato rapporti destinati, a detta dei suoi contatti cinesi, nientemeno che al presidente Xi Jinping, e si sarebbe sottoposto a un test della verità. L’uomo, tuttora in carcere, attende l’udienza preliminare. Da Washington, l’operazione viene dipinta come una necessaria azione di controspionaggio; nell’ottica di Pechino, invece, potrebbe rappresentare l’ennesima aggressione contro chi tenta di raccontare la Cina senza pregiudizi.
Questi sviluppi disegnano un panorama inquietante per l’informazione globale. La tendenza a criminalizzare il lavoro giornalistico, equiparandolo all’intelligence, rischia di inasprirsi, con conseguenze dirette anche per l’Italia e l’Europa, legate alla Cina da profondi rapporti commerciali. Se il ciclo di ritorsioni continuerà, gli inviati occidentali a Pechino potrebbero diventare moneta di scambio diplomatico. Per questo, nei corridoi europei si inizia a discutere di un meccanismo comune di protezione, che vada oltre le semplici condanne verbali. La guerra dell’informazione, ormai, si combatte con visti, espulsioni e manette, e i suoi effetti rischiano di spegnere definitivamente le ultime luci della trasparenza.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −1.00 | critical |
| Stampa sud-est asiatica | −0.30 | critical |
Gli Stati Uniti hanno risposto all'espulsione di una reporter del New York Times dalla Cina revocando il visto a un giornalista dei media statali cinesi. La rappresaglia avviene nel contesto di crescenti timori per la stretta di Pechino sui corrispondenti esteri, segnalando un inasprimento delle tensioni.
La Cina ha cacciato la reporter del New York Times, ennesimo atto repressivo del regime autoritario di Xi Jinping contro chi osa sfidare la linea ufficiale. Gli Stati Uniti hanno replicato cancellando il visto a un giornalista di Stato cinese, innescando una pericolosa spirale diplomatica che minaccia la libertà di stampa.
Un giornalista americano che ha vissuto dieci anni in Cina è stato arrestato dall’FBI per aver operato come agente non dichiarato di Pechino, fornendo rapporti a Xi Jinping e intascando 10mila dollari. Il caso getta ombre sul mondo dell’informazione, rivelando che anche corrispondenti statunitensi possono essere pedine di intelligence.
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