
La guerra fantasma e il silenzio del Congresso: l'America sospende la Costituzione sull'Iran
Il sipario sulla guerra d'Iran è calato per decreto retorico ancor prima che per diplomazia. Allo scadere del sessantesimo giorno dall'inizio delle ostilità, l'amministrazione Trump ha dichiarato il conflitto formalmente «terminato», appellandosi al cessate il fuoco in vigore dai primi di aprile per aggirare l'obbligo di chiedere l'autorizzazione del Congresso. La scadenza, imposta dalla War Powers Resolution del 1973 — norma nata dagli incubi del Vietnam proprio per impedire guerre presidenziali senza controllo legislativo — è così trascorsa venerdì in un clima di inerte rassegnazione, mentre il Senato lasciava Washington per una pausa dopo aver bocciato, con 50 voti contro 47, l'ennesimo tentativo democratico di fermare le operazioni militari.
Il Pentagono ha offerto la chiave giuridica: secondo il segretario alla Difesa Pete Hegseth, «la tregua sospende o ferma il conteggio dei sessanta giorni», una tesi che un alto funzionario ha cristallizzato affermando che «le ostilità cominciate il 28 febbraio sono terminate» e che dal 7 aprile non si registrano scambi di fuoco. Peccato che la tregua non abbia spento i fronti caldi: gli Stati Uniti mantengono il blocco navale sulle esportazioni petrolifere iraniane, l'Iran continua a limitare il traffico nello Stretto di Hormuz, e nella notte di giovedì le difese aeree di Teheran si attivavano contro piccoli droni, riportando la capitale a un sussulto di allarme poi rientrato. È una pace armata che da Bruxelles si osserva con crescente inquietudine: il costo dell'operazione, stimato in venticinque miliardi di dollari, e l'aumento dei prezzi dei carburanti per le turbolenze nello stretto rendono il conflitto una vulnerabilità economica per l'Europa, già esposta a possibili interruzioni delle rotte energetiche dal Golfo.
Da Pechino, silenziosa ma attenta, si interpreta la disinvoltura costituzionale di Washington come una crepa nel sistema di pesi e contrappesi occidentale, mentre da Mosca si coglie il precedente di un esecutivo che si affranca dal legislativo per condurre operazioni militari prolungate. Sul fronte interno americano, la spaccatura è insieme partigiana e generazionale. I repubblicani, con le defezioni simboliche ma ormai ricorrenti di Susan Collins e Rand Paul, continuano a differire alla Casa Bianca ogni decisione, liquidando la scadenza come un tecnicismo.
I democratici denunciano una «diserzione» del Congresso dai propri doveri costituzionali, ma non riescono a compattarsi: il senatore John Fetterman, unico del suo partito a votare contro la risoluzione di ritiro delle forze, incarna un disallineamento che indebolisce qualsiasi azione di controllo. Dietro lo scontro legale si consuma una trasformazione più profonda: la presidenza imperiale non ha più bisogno di strappi, le basta il consenso passivo di un Parlamento che, esausto e polarizzato, rinuncia perfino a dichiarare concluso o aperto un conflitto. La scadenza del primo maggio passerà senza scosse, ma lascia una domanda che riguarda anche l'Italia e i suoi alleati atlantici: se una guerra può essere ‘terminata’ con un comunicato mentre navi e droni presidiano lo stesso braccio di mare, chi garantirà che la prossima emergenza, magari alle porte dell'Europa, non venga gestita con lo stesso silenzioso aggiramento delle regole?
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