
Trump minaccia il ritiro delle truppe dall’Italia: la Nato nel vortice della guerra in Iran
Donald Trump ha dichiarato «probabile» un disimpegno americano dall’Italia e dalla Spagna, allargando il fronte dello scontro con gli alleati europei che non hanno sostenuto la guerra contro Teheran. Parlando nello Studio Ovale, il presidente ha usato toni insolitamente duri: «Perché non dovrei? L’Italia non è stata di alcun aiuto, e la Spagna si è comportata in modo orribile». La minaccia arriva a poche ore da un’analoga presa di posizione nei confronti della Germania, il cui cancelliere Friedrich Merz – accusato da Trump di fare «un pessimo lavoro» – aveva definito inefficace la strategia americana nei negoziati con l’Iran. Secondo i dati del Pentagono, in Italia sono di stanza oltre 12.600 militari statunitensi, in Spagna poco meno di 3.800: la loro eventuale partenza ridisegnerebbe la mappa della sicurezza euro-atlantica.
La contestazione di Washington affonda le radici nella primavera scorsa, quando Roma e Madrid hanno negato l’uso dei propri spazi aerei e delle basi comuni per i bombardamenti contro l’Iran, opponendosi inoltre all’invio di navi nello Stretto di Hormuz. Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha replicato con stupore: «Non capirei le ragioni di un ritiro. Non abbiamo usato Hormuz, ma ci siamo resi disponibili per una missione di protezione della navigazione, cosa molto apprezzata dai militari americani». Da Madrid non sono ancora giunte repliche ufficiali, mentre l’inquilino della Casa Bianca ha rilanciato l’accusa sui social, sostenendo che gli alleati «non c’erano quando avevamo bisogno di loro». L’episodio svela una frattura più profonda di un semplice disaccordo tattico: è il riflesso di una visione transazionale della Nato, in cui la presenza militare diventa merce di scambio e il vincolo di mutua assistenza viene subordinato all’allineamento politico su crisi esterne all’area di competenza del Trattato.
Nelle capitali europee, l’allarme è palpabile. Gli analisti di Bruxelles leggono nelle parole di Trump il tentativo di normalizzare un criterio pericoloso: se il sostegno a un’operazione unilaterale diventa la condizione per mantenere le guarnigioni, l’architettura difensiva del continente perde qualunque prevedibilità. Da Mosca, osservatori e agenzie di stampa come Interfax e Vedomosti registrano con interesse l’approfondirsi delle crepe nell’Alleanza, mentre nel Golfo e in Medio Oriente – come nota la stampa libanese – si teme che la guerra con l’Iran stia funzionando da acceleratore geopolitico, costringendo ciascun Paese a schierarsi più per paura che per convinzione. Non è un caso che l’ultimatum venga rivolto proprio all’Italia, snodo logistico fondamentale per la proiezione americana nel Mediterraneo e nel Levante, e alla Spagna, ponte atlantico e base di Rota, cruciale per lo scudo antimissile.
Per l’Italia, il rischio è duplice. Da un lato, lo sguarnimento dei presidi di Aviano, Sigonella o addirittura del quartier generale di Napoli segnerebbe una perdita di centralità strategica, con ricadute occupazionali e industriali nel settore della difesa; dall’altro, alimenterebbe la spinta verso un’autonomia strategica europea che, in assenza di coesione politica, potrebbe risolversi in una frammentazione delle politiche di sicurezza. La Commissione e il Consiglio europeo osservano con preoccupazione, ma restano divisi tra chi invoca un rafforzamento immediato della bussola strategica e chi, come i governi più atlantisti, spera ancora in una ricomposizione con Washington. Nella prospettiva di Roma, la partita si giocherà nei prossimi giorni con una diplomazia misurata, che cerchi di disinnescare lo scontro senza cedere sul principio di sovranità, mentre si consolida la consapevolezza che l’ombrello americano non può più essere dato per scontato.
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