
La nuova Calciopoli delle escort: notti milanesi, calciatori e showbiz sotto inchiesta
L’inchiesta su un giro di escort che avrebbe coinvolto una settantina di calciatori di Serie A si è improvvisamente allargata oltre i confini del pallone, fino ad abbracciare volti noti della televisione italiana. L’ultimo sviluppo, emerso con la consueta miscela di ironia e rivelazione dal programma radiofonico di Fiorello, ha trasformato quello che pareva uno scandalo sotterraneo in un affare di costume nazionale: non più soltanto notti a champagne nei locali della «movida» milanese, ma un intreccio di denaro, celebrità e sessualità a pagamento che la procura ambrosiana sta sviscerando con l’accusa di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. La stampa elvetica l’ha già ribattezzata «Calciopoli der Escorts», rievocando il terremoto che nel 2006 travolse il calcio italiano, e il parallelismo, pur azzardato, segnala quanto il sistema di potere e di immagini sia ancora permeabile a zone d’ombra profonde.
Al centro dell’indagine c’è l’agenzia Ma.De., formalmente dedita all’organizzazione di eventi mondani per facoltosi clienti, ma che secondo gli inquirenti celava un meccanismo ben più opaco. La titolare Deborah Ronchi e il compagno Emanuele Buttini, entrambi agli arresti domiciliari, avrebbero costruito una struttura criminale dedita anche al riciclaggio, in cui giovani donne venivano pagate fino a mille euro a notte per accompagnare calciatori e altri clienti facoltosi in alberghi di lusso dopo cene e serate nei templi della vita notturna meneghina. Le prime testimonianze delle ragazze, in gran parte già ascoltate dagli investigatori, stanno fornendo i tasselli di un mosaico che sfiorerebbe la cifra complessiva di 1,2 milioni di euro di pagamenti sospetti. Dal punto di vista degli analisti di Bruxelles, la vicenda tocca la contraddizione mai risolta tra il calcio come impresa globale e la fragilità dei modelli educativi che dovrebbero formare giovani atleti milionari.
Il silenzio quasi unanime dei circa settanta sportivi tirati in ballo è stato rotto soltanto dall’attaccante del Milan Rafael Leao, che con una storia su Instagram ha rivendicato estraneità ai fatti: «Prima che calciatori siamo persone con una famiglia e una reputazione. Invito tutti a evitare di associare il mio nome a questa situazione in modo arbitrario o superficiale». Parole che, nella loro difesa personale, racchiudono un nodo più ampio: l’esposizione mediatica rischia di travolgere carriere e contratti ancor prima che emergano responsabilità penali. Intanto, lo scivolamento dell’indagine verso il mondo televisivo – con Fiorello a fare scherzosamente i nomi di Carlo Conti, Milone Infante e Massimiliano Ossini – ha acceso i riflettori su un intreccio di mondi e frequentazioni che la Milano del lusso ha reso possibili, spesso lontano dai radar della cronaca ufficiale.
Nell’ottica della stampa iberica, l’affaire amplifica la narrazione di un calcio italiano nuovamente alle prese con i propri demoni, a pochi anni dagli sforzi per ripulire l’immagine del movimento dopo i fatti del 2006. Da Zurigo, l’NZZ osserva come il clamore assuma i contorni di una questione morale e finanziaria, chiedendosi fino a che punto gli sponsor e i club potranno tollerare l’associazione con un sistema di occulto favoreggiamento. Che l’inchiesta milanese si estenda ora a personaggi della Rai significa che il perimetro d’indagine non è confinato al rettangolo di gioco, ma interroga l’intera galassia dell’intrattenimento italiano e i meccanismi di prossimità tra uomini di spettacolo, calciatori e contatti nell’alveo dell’intrattenimento a pagamento.
I prossimi passi dell’inchiesta chiariranno se le accuse sapranno reggere in sede processuale oltre che nel dibattito pubblico. Ma la vera posta in gioco, per il calcio italiano già provato da fragilità economiche e infrastrutturali, è la credibilità di un sistema che proprio nella narrazione della rinascita – recenti successi europei, investimenti stranieri, nuovi stadi in progetto – cercava un riscatto d’immagine. Se la pista del denaro confermasse un radicato costume di intermediazione e sfruttamento, non si tratterebbe soltanto di una pagina giudiziaria, ma di un nuovo capitolo della lunga tensione tra la facciata patinata del pallone e la realtà dei comportamenti fuori dal campo. E l’Europa del calcio, che già guarda con attenzione all’Italia post-Calciopoli, potrebbe chiedersi se la «Calciopoli delle escort» non sia la spia di un malessere più profondo che il bel gioco non può più permettersi di ignorare.
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