
La pace sospesa: Washington e Teheran a un passo dall’intesa, ma lo scontro sulle clausole resta aperto
Trump annuncia la fine della guerra, il Pakistan conferma il testo finale, ma l’Iran frena e le versioni divergono su nucleare e Hormuz. Ginevra possibile teatro della firma già domenica.
La giornata di venerdì 12 giugno ha consegnato al mondo l’immagine di una pace tra Stati Uniti e Iran sospesa tra l’annuncio trionfale e la smentita incrociata. Donald Trump ha prima proclamato dal Despacho Oval che «la guerra con l’Iran è finita», salvo poi scagliarsi su Truth Social contro la «gente disonesta» di Teheran, rea di aver diffuso termini dell’intesa «che non hanno nulla a che vedere con quanto concordato per iscritto». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in un messaggio rilanciato dallo stesso Trump, ha definito il Memorandum d’Intesa di Islamabad «mai così vicino», ma ha invitato i media a non speculare. A fare da ago della bilancia è stato il premier pakistano Shehbaz Sharif, mediatore chiave, che ha confermato il raggiungimento di un testo finale consensuale, denunciando al contempo una «incessante campagna di disinformazione» orchestrata da chi vuole sabotare l’accordo.
Il contenuto del memorandum, stando a fonti diplomatiche occidentali e mediorientali, prevede la riapertura immediata e senza pedaggi dello Stretto di Hormuz – vitale per il commercio energetico globale e per l’economia europea – e un cessate il fuoco di 60 giorni esteso anche al Libano. In questo periodo si avvierebbero negoziati sul programma nucleare iraniano, con l’obiettivo americano di smantellarlo e trasferire all’estero l’uranio arricchito. Washington avrebbe ottenuto l’impegno di Teheran a non dotarsi mai di un’arma atomica, mentre lo sblocco dei fondi iraniani congelati sarebbe subordinato al rispetto dei termini. La versione filtrata dalla stampa iraniana, tuttavia, dipinge uno scenario diverso: nessuna cessione sulla gestione dello Stretto, rinvio delle discussioni nucleari e un più rapido alleggerimento delle sanzioni. Una divaricazione che spiega l’irritazione di Trump e il cauto ottimismo di Araghchi, il quale ha ribadito che la Guida Suprema non ha ancora dato il via libera definitivo.
La possibile firma, con il vicepresidente statunitense JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammed Baqer Ghalibaf, potrebbe avvenire già domenica a Ginevra, a margine del vertice G7 di Evian, in Francia. L’Europa osserva con speranza e apprensione: la riapertura di Hormuz allenterebbe la pressione sui prezzi dell’energia che ha colpito duramente l’Italia e il continente, ma un accordo ambiguo rischierebbe di congelare il conflitto senza risolverlo. Israele, tenuto fuori dal negoziato, ha già espresso tramite il ministro della Difesa Katz l’aspettativa che Trump impedisca a Teheran di avvicinarsi all’arma nucleare, segno che Gerusalemme teme un’intesa al ribasso.
L’ennesimo annuncio di Trump – sono quasi quaranta da marzo i proclami di pace imminente – si scontra con la realtà di un negoziato in cui le «linee rosse» iraniane restano solide. Un alto funzionario americano ha quantificato all’80-85% la probabilità di successo, ma ha ammesso che «non siamo ancora al traguardo». La mediazione instancabile di Pakistan, Emirati Arabi e Qatar ha creato una finestra diplomatica che potrebbe chiudersi rapidamente se la sfiducia reciproca prevarrà. Per l’Italia e l’Europa, la posta in gioco è duplice: la stabilizzazione di un quadrante da cui dipendono le forniture energetiche e la credibilità di un’architettura di sicurezza regionale che, senza un accordo solido, resterebbe appesa al filo delle prossime ore.
| Stampa israeliana | −0.50 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.40 | critical |
| Stampa sud-est asiatica | −0.10 | neutral |
I media israeliani inquadrano l'accordo emergente come un imperativo di sicurezza, sottolineando che qualsiasi intesa deve includere lo smantellamento del programma nucleare iraniano e la rimozione del materiale arricchito. Amplificano gli avvertimenti ufficiali secondo cui l'accordo deve impedire in modo verificabile che l'Iran ottenga mai un'arma nucleare, esprimendo scetticismo sul fatto che i termini riportati siano sufficienti. La narrazione è di allarme cauto, trattando la svolta diplomatica come una potenziale minaccia se non applicata rigorosamente.
I media dell'Europa continentale dipingono la vicenda come una nebbia di accuse incrociate e mistero. Sottolineano l'annullamento improvviso degli attacchi da parte di Trump e il suo respingere i termini trapelati dall'Iran come falsi, mentre Teheran insiste che nessuna decisione finale è stata presa. La narrazione enfatizza la confusione, con titoli che inquadrano il presunto accordo come un enigma e notano il continuo oscillare tra minacce e discorsi di pace.
La stampa del Sud-est asiatico si concentra sullo shock e la sorpresa generati dall'affermazione di Trump che la guerra è finita e un accordo è imminente. Riferiscono che sia l'Iran che Israele sono stati colti alla sprovvista, con Teheran che nega un accordo finale e Israele all'oscuro di qualsiasi intesa definitiva. La narrazione inquadra l'annuncio di Trump come prematuro e sottolinea la disconnessione tra il suo tono trionfale e le reazioni caute, persino sbalordite, delle altre parti.
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