
Il 9 maggio senza carri armati: la tregua unilaterale di Putin e il sospetto di Kiev
La telefonata del 29 aprile tra Vladimir Putin e Donald Trump ha prodotto un’apertura tanto inattesa quanto carica di ambiguità: il leader del Cremlino ha proposto un cessate il fuoco temporaneo in Ucraina in occasione del Giorno della Vittoria, il 9 maggio, e il presidente americano, secondo il racconto russo, l’avrebbe «attivamente sostenuta». Dalla Casa Bianca Trump ha poi parlato di una «piccola tregua» e ha persino sostenuto – senza alcun fondamento – che Kiev sarebbe «militarmente sconfitta», mentre il suo omologo russo offriva in parallelo la propria mediazione sul dossier nucleare iraniano, prontamente respinta con l’invito a concentrarsi sulla fine della guerra. L’iniziativa pone immediatamente il problema del consenso: per Mosca, come ha chiarito il portavoce Dmitrij Peskov, «non serve alcuna reazione di Kiev», perché si tratta di una decisione sovrana del presidente russo e sarà attuata a prescindere. Una posizione che evoca la breve tregua pasquale dell’11-12 aprile – rispettata da entrambi i fronti – ma che questa volta sembra scolpita attorno a un appuntamento simbolico interno alla Russia.
E proprio la parata sulla Piazza Rossa appare oggi più vulnerabile che mai. Per la prima volta dopo quasi vent’anni non sfileranno mezzi corazzati né reparti di allievi ufficiali: il Ministero della Difesa ha giustificato la scelta con «la situazione operativa corrente», un’ammissione che, secondo gli analisti militari russi, riflette tanto il timore di incursioni di droni ucraini su Mosca quanto le difficoltà a distogliere veicoli dal fronte dopo oltre un anno di logoramento. L’immagine di un evento ridotto all’osso, con la sola componente aerea e i reparti appiedati, racconta di una guerra che, nonostante la propaganda, condiziona ormai il cuore stesso del potere russo.
La reazione di Volodymyr Zelensky è stata immediata e tagliente. Il presidente ucraino ha incaricato i suoi rappresentanti di chiedere a Washington i dettagli della proposta, domandandosi se si tratti di «poche ore di sicurezza per la parata di Mosca o di qualcosa di più». Kiev ribadisce la propria disponibilità a un cessate il fuoco di lungo periodo, purché non si trasformi in un «inganno tattico». Dalle capitali europee, e in particolare dagli ambienti diplomatici di Bruxelles, si segue la vicenda con un misto di prudenza e scetticismo: un’interruzione unilaterale delle ostilità, cucita su un’agenda commemorativa russa, rischia di offuscare la necessità di un negoziato inclusivo e rischia di logorare la coesione transatlantica, in un momento in cui Londra e l’Unione continuano a garantire sostegno militare e politico a Kiev. L’Italia, che ha sempre legato la propria linea a quella europea, vede in questa mossa il pericolo di una tregua-ombrello utile solo al Cremlino, priva di meccanismi di verifica e di un orizzonte di pace stabile.
Il fragile tavolo diplomatico si popola così di segnali contraddittori. Da Mosca si rivendica il gesto di buona volontà, ma al tempo stesso non è stato rivolto alcun invito a Trump per assistere alla parata, e la Duma evoca il rifiuto ucraino come prova di una supposta ostilità di Kiev verso la memoria comune della Grande Guerra Patriottica. Da Washington, l’amministrazione appare incerta tra la volontà di intestarsi un accordo e la tentazione di accreditare la retorica russa, mentre glia alleati europei temono che l’eventuale cessate il fuoco del 9 maggio resti un episodio isolato, simile alla pausa pasquale rapidamente seguita da nuovi attacchi su Dnipro e Odessa. La vera sfida, per l’Italia e per l’Europa, sarà evitare che la tregua diventi un palcoscenico per rinvigorire narrazioni propagandistiche, incanalando invece ogni pausa operativa in un percorso negoziale credibile. Senza il coinvolgimento diretto di Kiev e una prospettiva di sicurezza collettiva, la pausa della Vittoria rischia di essere ricordata solo come il giorno in cui i carri armati sono rimasti nei depositi, mentre la guerra proseguiva indisturbata oltre l’orizzonte della parata.
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