
Le urne di Deir al-Balah e la partita doppia di Hamas
Per la prima volta in quasi vent’anni, il 25 aprile una circoscrizione di Gaza è tornata alle urne. A Deir al-Balah, nel cuore di una Striscia martoriata da una guerra che dal 2023 ha ridisegnato ogni geografia umana e materiale, poco più di un quinto degli aventi diritto ha sfidato l’assenza di normalità per eleggere il consiglio municipale. Il voto, esteso a oltre quattrocento collegi in Cisgiordania, ha consegnato la netta vittoria ai candidati legati a Fatah e all’Autorità Nazionale Palestinese, mentre la lista ritenuta vicina a Hamas – “Deir al-Balah ci unisce” – ha raccolto appena due dei quindici seggi in palio.
L’affluenza complessiva, del cinquantasei per cento in Cisgiordania e del ventitré per cento a Gaza, racconta più di una sproporzione statistica: è la radiografia di due territori ormai separati non solo dalla geografia politica, ma dal diverso peso della sopravvivenza quotidiana. Nell’enclave costiera l’esperimento elettorale è stato possibile solo in un’unica, limitata parentesi amministrativa, perché la distruzione ha inghiottito il resto della Striscia, e perché le regole di candidatura – che impongono il riconoscimento di Israele e l’adesione alla soluzione dei due Stati – hanno di fatto escluso chiunque si ispirasse apertamente al movimento islamista. Il risultato, interpretato da Ramallah come un successo, si presta tuttavia a una lettura meno trionfale: la stessa cornice normativa che ha permesso lo svolgimento del voto ne ha assottigliato la rappresentatività, trasformandolo in un plebiscito a liste quasi obbligate, mentre l’ombra di Hamas tornava a proiettarsi sulla Striscia con minacce e tentativi di condizionamento volti a ribadire un controllo che le macerie non sono riuscite a spezzare.
E proprio mentre a Deir al-Balah si contavano le schede, altrove si giocava una partita ben più decisiva per la Gaza del dopoguerra. Al Cairo riprendevano i colloqui tra mediatori americani, egiziani, qatarioti e turchi per traghettare la tregua verso una seconda fase, quella che – secondo la proposta formulata dal Consiglio per la pace voluto da Washington – prevede la rinuncia alle armi da parte di Hamas, il trasferimento del potere a un comitato tecnocratico, l’avvio della ricostruzione e il ritiro israeliano in una zona cuscinetto. L’inviato speciale Nikolaj Mladenov ha usato l’espressione “piuttosto ottimista”, ma l’ottimismo sconta una variabile che né la diplomazia né le urne amministrative sono finora riuscite a domare: la leadership del movimento islamista.
Hamas si appresta infatti a scegliere il successore di Sinwar con elezioni interne rinviate a lungo, e la contesa tra un’ala che vuole preservare la presa militare sulla Striscia e una più pragmatica, disposta a cedere il campo in cambio della sopravvivenza politica, determinerà la direzione dell’intero negoziato. Secondo gli analisti di Bruxelles, la combinazione tra un voto municipale parziale e una consultazione interna di Hamas ancora indecifrabile rende estremamente fragile ogni architettura tecnocratica che l’Unione Europea vorrebbe sostenere, anche con fondi per la ricostruzione. Nell’ottica di Tel Aviv, la priorità resta la certezza del disarmo, e la prospettiva che un nuovo capo scelga la linea dura rischia di azzerare il già precario consenso politico interno a qualsiasi concessione.
Al Cairo, i mediatori ripetono che la comunità internazionale non potrà investire in una Gaza stabilizzata senza un chiaro spossessamento del potere militare di Hamas, ma sanno che la partita si deciderà nei prossimi giorni, quando il movimento annuncerà il nuovo ufficio politico. Per l’Italia e per l’Europa, la posta in gioco è tutt’altro che lontana: la sicurezza del Mediterraneo allargato, i flussi migratori che una nuova escalation alimenterebbe e la credibilità di quegli strumenti di cooperazione regionale su cui Bruxelles e Roma hanno puntato molto. La solitaria urna di Deir al-Balah, con il suo carico di speranza e di contraddizioni, assomiglia a un lampo notturno: illumina per un istante il desiderio di normalità di una popolazione stremata, ma non basta a diradare il buio di una partita ancora aperta, in cui la sorte della Striscia sarà scritta meno dalle schede e più dalla scelta che Hamas farà su se stesso.
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