
Leone XIV e la cultura della pace che sfida i venti di guerra
Sull’aereo che da Malabo lo riportava a Roma, al termine di un viaggio di undici giorni attraverso quattro nazioni africane, papa Leone XIV ha scelto di non pronunciare nemmeno una volta il nome di Donald Trump. Eppure era proprio il presidente americano il convitato di pietra del colloquio con i giornalisti, perché poche settimane prima aveva accusato il pontefice statunitense di debolezza e di interferenza politica. La risposta di Leone XIV è stata una densa meditazione sull’inutilità della guerra, sorretta da due immagini che restano impresse: i bambini iraniani uccisi il primo giorno dell’attacco israelo-americano mentre erano a scuola, e quel ragazzino libanese che lo scorso dicembre, alla visita del Papa in Libano, sventolava un cartello di benvenuto e che ora è morto sotto le bombe. «Porto con me la sua foto», ha confidato il pontefice, con una commozione che ha squarciato il cerimoniale aeronautico, consegnando al mondo la cifra pastorale della sua denuncia: «Ci sono troppe vittime innocenti.
Come pastore, non posso accettare le guerre».
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