
Il doppio fronte giudiziario di Trump: tra dazi incostituzionali e cause private
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha inferto un colpo tanto simbolico quanto finanziario all’amministrazione Trump, costringendo il governo federale a restituire 159 miliardi di dollari in dazi riscossi illegalmente. Una somma che, nelle parole del presidente, avrebbe potuto rendere il Paese «più ricco» se solo i giudici avessero avuto l’accortezza di non esigere il rimborso di quanto già versato. La sentenza, che dichiara incostituzionali i prelievi imposti nel 2025 sulle importazioni dalla gran parte dei partner commerciali, affonda le radici in una legge del 1977 mai pensata per una guerra tariffaria generalizzata. Il verdetto non è solo una tegola contabile: smantella un pilastro della politica commerciale fatta di muscoli e minacce, riportando l’equilibrio dei poteri al centro del dibattito americano. Mentre il Dipartimento del Tesoro avvia – secondo le cronache giornalistiche – procedure di rimborso che potrebbero superare i 166 miliardi, lo sconcerto di Trump esplode sui social network con l’accusa di aver favorito «persone e aziende che per decenni si sono approfittate del nostro Paese».
Quasi in simultanea, un’altra tegola giudiziaria si abbatte sul presidente, questa volta sul fronte personale. Un tribunale federale ha messo in discussione la causa da dieci miliardi di dollari che Donald Trump, insieme ai figli e alle sue società, aveva intentato contro l’Agenzia delle Entrate statunitense per la diffusione delle dichiarazioni fiscali durante il primo mandato. La giudice Kathleen Williams ha fissato un’udienza per fine maggio, osservando con sottile ironia come il presidente in carica stia citando in giudizio «entità le cui decisioni sono soggette alla sua stessa autorità». È il paradosso di una democrazia in cui il capo dell’esecutivo si ritrova a combattere contemporaneamente contro i guardiani della costituzione e contro l’apparato che da lui dipende.
Agli occhi di Bruxelles, la vicenda dei dazi annullati assume un rilievo immediato. L’Unione Europea, e l’Italia in particolare come potenza manifatturiera esposta alle correnti del commercio globale, vedono riaprirsi squarci di prevedibilità normativa dopo anni di rapporti transatlantici logorati da misure unilaterali. Le imprese del Made in Italy che avevano subito i rincari di componentistica e prodotti finiti possono ora sperare in un respiro, mentre gli analisti comunitari invitano a non abbassare la guardia: la sentenza non impedisce alla Casa Bianca di ridisegnare i dazi per altre vie legislative, magari ammantandoli di motivazioni meno fragili dal punto di vista giuridico. Da Pechino, dove la guerra dei chip e dell’acciaio resta aperta, si segue la crisi interna americana con il pragmatico distacco di chi ha già imparato a convivere con l’imprevedibilità di Washington, senza tuttavia rinunciare a far valere le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio.
L’intreccio delle due partite giudiziarie rivela un presidente sotto assedio su più tavoli, in uno stillicidio che logora l’autorevolezza interna e la credibilità internazionale. Da Mosca, dove l’indebolimento del rivale è letto con malcelato interesse, si commenta la vicenda come ulteriore sintomo di un sistema politico in perenne cortocircuito. Per l’Italia e l’Europa il messaggio è duplice: da un lato la conferma che i contrappesi istituzionali americani possono ancora funzionare, dall’altro la consapevolezza che un esecutivo frustrato dai tribunali tenderà a cercare nuovi, forse più insidiosi, strumenti di pressione commerciale. Mentre i 159 miliardi tornano a chi li aveva versati, il vero capitale da preservare resta la prevedibilità delle regole: una risorsa che nessuna sentenza può restaurare da sola, e che esige una diplomazia economica europea più coesa che mai.
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