
Lo scudo segreto di Israele sugli Emirati: il nuovo asse anti-Iran
Una batteria del sistema di difesa missilistico Iron Dome, accompagnata da alcune decine di soldati israeliani, è stata dispiegata in gran segreto negli Emirati Arabi Uniti nelle prime fasi del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. È la prima volta che questo sofisticato apparato, sviluppato da Rafael e Raytheon, viene schierato al di fuori di Israele e delle basi americane, segnando una svolta nella cooperazione militare mediorientale. Secondo fonti israeliane e statunitensi, la decisione fu presa personalmente dal primo ministro Benjamin Netanyahu dopo una telefonata con il presidente emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan, mentre Teheran scatenava un martellamento di missili e droni proprio contro il territorio della federazione del Golfo.
Abu Dhabi era diventato il bersaglio più colpito della regione: il ministero della Difesa emiratino ha contato circa 550 tra missili balistici e da crociera e oltre 2.200 droni lanciati dall’Iran, una pressione che metteva a nudo la vulnerabilità di un paese dotato di sistemi Patriot ma non strutturato per un attacco di saturazione su larga scala. L’Iron Dome, pensato per intercettare razzi e missili a corto e medio raggio, avrebbe abbattuto decine di ordigni in volo, integrandosi in tempo reale nell’architettura difensiva emiratina. La riconoscenza di Abu Dhabi è stata esplicita: come riferito dagli ufficiali locali, «non lo dimenticheremo mai».
Da Washington l’operazione è stata letta come un corollario dell’alleanza anti-iraniana promossa dall’amministrazione americana, che considera la normalizzazione tra Israele e i paesi del Golfo un pilastro strategico. Negli ambienti diplomatici europei, l’episodio viene osservato con attenzione: per l’Italia e per i partner mediterranei, la stabilità del Golfo è direttamente legata alla sicurezza energetica e alla protezione delle rotte commerciali. L’allargamento dell’ombrello difensivo israeliano a uno snodo come gli Emirati – che ospitano la base aerea di Al Dhafra, utilizzata anche dall’Aeronautica militare italiana – ridisegna la mappa della deterrenza regionale.
Al contempo, da Mosca i resoconti mettono in guardia contro una pericolosa estensione del conflitto: i media russi hanno dato ampio risalto alla notizia, sottolineando come il Cremlino segua con preoccupazione un rafforzamento dell’asse tra lo Stato ebraico e i monarchi sunniti, che rischia di incendiare ulteriormente le già tese relazioni con l’Iran, partner di lunga data della Russia in Medio Oriente. L’analisi degli esperti di Bruxelles suggerisce che il precedente potrebbe spingere altri stati del Consiglio di cooperazione del Golfo a richiedere tecnologie israeliane o statunitensi, accelerando una corsa agli armamenti difensivi e rendendo più intricata ogni futura mediazione europea. In questa prospettiva, l’Italia – che bilancia tradizionali legami con Teheran e solidi rapporti con Israele e Emirati – si trova in una posizione tanto delicata quanto potenzialmente preziosa, chiamata a promuovere canali di dialogo mentre sul terreno si consolida una cooperazione militare inedita.
La vicenda dell’Iron Dome negli Emirati non è soltanto un episodio di assistenza tattica: è il sintomo di un Medio Oriente in cui le linee di frattura si approfondiscono e le alleanze si fanno più esplicite, con l’Europa costretta a ripensare il proprio ruolo tra deterrenza e diplomazia.
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