
Magyar a Bruxelles: fondi Ue in arrivo, l’Ungheria volta pagina dopo Orbán
Il premier ungherese designato Péter Magyar ha ottenuto a Bruxelles ciò che il suo predecessore Viktor Orbán aveva inseguito invano per anni: la promessa che i miliardi di fondi europei congelati – circa diciotto miliardi di euro – saranno sbloccati a breve. Dopo un colloquio con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa, lo stesso Magyar ha annunciato su X che «le risorse Ue arriveranno presto in Ungheria», aggiungendo che il 25 maggio, ormai ufficialmente primo ministro, firmerà a Bruxelles un accordo politico per rilanciare l’economia nazionale. Un gesto di rottura netta con la stagione di Orbán, che aveva fatto dell’antieuropeismo una bandiera e trasformato il Paese in un azionista di veto dentro l’Unione.
La rapidità con cui von der Leyen e Costa hanno ricevuto Magyar – prima ancora che prestasse giuramento – è stata letta a Bruxelles come il segnale di una volontà comune di voltare pagina. Gli analisti della capitale europea sottolineano che il nuovo corso ungherese potrebbe avere implicazioni per tutta l’Europa centro-orientale, perché indebolisce il blocco sovranista di cui Orbán era il cardine. Magyar ha promesso un’Ungheria «efficiente e umana», e per dimostrarlo ha già avviato una purga contro gli oligarchi fedeli al vecchio regime: secondo quanto diffuso sui social dallo stesso futuro premier, decine di miliardi di fiorini sarebbero stati trasferiti all’estero – negli Emirati, negli Stati Uniti, in Uruguay – da famiglie vicine a Orbán, che hanno fatto perdere le proprie tracce, ritirato i figli dalle scuole e ingaggiato guardie private.
Sul fronte interno, però, la strada di Magyar non è in discesa. Da Mosca, il quotidiano Kommersant riferisce con distacco che i dialoghi con Bruxelles sono stati «costruttivi», ma dalla prospettiva russa si guarda con cautela a un’Ungheria che esce dalla sfera di Orbán, da sempre il più fedele alleato di Putin nell’Ue. La vera prova sarà la riforma dello Stato di diritto.
Come ricordano gli osservatori di Francoforte, per sbloccare i fondi Magyar dovrà smantellare le norme illiberali ereditate, a partire da quelle che hanno reso il potere giudiziario una longa manus del governo. Il nuovo esecutivo ha già messo nel mirino la Corte costituzionale, nominata da Orbán, che potrebbe opporsi ai cambiamenti. Per l’Italia e per l’Europa, la sfida è doppia: da un lato, si apre la possibilità di recuperare un partner affidabile in un’area strategica; dall’altro, il precedente ungherese mostra quanto sia fragile l’equilibrio tra sovranità nazionale e valori comunitari.
Se Magyar riuscirà a mantenere le promesse, Budapest potrebbe diventare un modello di riconversione democratica; se fallirà, il rischio è che Bruxelles si trovi di fronte a un nuovo contenzioso, congelando nuovamente i fondi e alimentando lo scetticismo dei Paesi frugali. La partita è appena cominciata e si giocherà nei prossimi mesi tra i palazzi di Bruxelles e le aule del Parlamento ungherese.
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