
Il Mali sprofonda: il modello russo crolla tra attacchi e collusioni militari
Il Sahel vive una delle sue crisi più acute da quando i militari hanno preso il potere a Bamako nel 2020. Nelle ultime settimane, una rara alleanza tra jihadisti del Gruppo di sostegno all'islam e ai musulmani (JNIM), legato ad al-Qaeda, e i separatisti tuareg del Fronte di liberazione dell'Azawad ha portato alla conquista del campo strategico di Tessalit, al confine con l'Algeria, costringendo l'esercito maliano e i suoi alleati russi ad abbandonare le posizioni senza combattere. Contemporaneamente, il procuratore militare ha rivelato l'esistenza di prove di collusione tra ufficiali dell'esercito – alcuni in servizio, altri già destituiti – e i gruppi armati, accusandoli di aver pianificato e coordinato gli attacchi. È il segnale più evidente del deterioramento di un potere che sembrava consolidato.
L'ottica di Mosca, che dopo la morte di Prigozhin ha assorbito Wagner nel cosiddetto Africa Corps, sperava di replicare il modello di sicurezza in cambio di risorse – oro maliano, uranio nigerino, diamanti centrafricani – ma la macchina statale russa si è rivelata meno flessibile e meno efficace sul terreno. Il controllo di questa vasta rete di influenza resta nelle mani del Cremlino, ma la crisi attuale dimostra che i soldati stipendiati dal ministero della Difesa non hanno la stessa spietatezza dei contractor di un tempo. Gli analisti di Bruxelles osservano con crescente preoccupazione: il vuoto lasciato dalla partenza delle forze francesi e della missione Onu non è stato colmato, ma ha creato uno spazio che i ribelli riempiono con facilità. La prospettiva europea è duplice: da un lato il rischio di un nuovo flusso migratorio verso le coste italiane, dall'altro la minaccia che i jihadisti utilizzino il nord del Mali come base per colpire gli interessi occidentali.
Intanto, secondo fonti di Rabat, otto camionisti marocchini sono bloccati tra le località di Diama e Douri, in una zona diventata un inferno di fuoco incrociato. Il Marocco ha chiesto copertura militare per metterli in salvo, ma il collasso dell'autorità statale rende ogni operazione rischiosa. L'Algeria, dal canto suo, segue con apprensione l'avanzata dei tuareg lungo il confine meridionale, mentre Pechino – che ha investito massicciamente nelle infrastrutture sahariane – teme per la sicurezza dei propri cantieri. In questo quadro, l'unità tattica tra jihadisti e separatisti potrebbe rivelarsi effimera: gli uni puntano a instaurare un califfato, gli altri all'indipendenza dell'Azawad. Ma per ora il loro nemico comune – la giunta militare di Bamako – tiene insieme forze che in passato si sono combattute.
Guardando avanti, è probabile che il fronte governativo continui a sgretolarsi. Il controllo delle principali città del nord è saltato, la capitale Bamako è sotto minaccia di blocco stradale annunciato dal JNIM, e le divisioni interne all'esercito – rivelate dalle stesse accuse di collusione – minano qualsiasi capacità di reazione. Per l'Italia, che ha un ruolo di primo piano nella gestione della sicurezza mediterranea e nei dialoghi con i paesi saheliani, la crisi maliana impone una riflessione: il modello di partenariato con autocrazie militari appoggiate da Mosca non regge, e serve una strategia europea che riporti al centro diplomazia e sviluppo, prima che il Sahel diventi un buco nero ingestibile.
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