Accedi
Edizione delle 20:00 CETsabato 1 agosto 2026
320 testate · 17 lingue930 briefing oggi
sabato 2 maggio 2026

Il Mali sprofonda: il modello russo crolla tra attacchi e collusioni militari

Il Sahel vive una delle sue crisi più acute da quando i militari hanno preso il potere a Bamako nel 2020. Nelle ultime settimane, una rara alleanza tra jihadisti del Gruppo di sostegno all'islam e ai musulmani (JNIM), legato ad al-Qaeda, e i separatisti tuareg del Fronte di liberazione dell'Azawad ha portato alla conquista del campo strategico di Tessalit, al confine con l'Algeria, costringendo l'esercito maliano e i suoi alleati russi ad abbandonare le posizioni senza combattere. Contemporaneamente, il procuratore militare ha rivelato l'esistenza di prove di collusione tra ufficiali dell'esercito – alcuni in servizio, altri già destituiti – e i gruppi armati, accusandoli di aver pianificato e coordinato gli attacchi. È il segnale più evidente del deterioramento di un potere che sembrava consolidato.

L'ottica di Mosca, che dopo la morte di Prigozhin ha assorbito Wagner nel cosiddetto Africa Corps, sperava di replicare il modello di sicurezza in cambio di risorse – oro maliano, uranio nigerino, diamanti centrafricani – ma la macchina statale russa si è rivelata meno flessibile e meno efficace sul terreno. Il controllo di questa vasta rete di influenza resta nelle mani del Cremlino, ma la crisi attuale dimostra che i soldati stipendiati dal ministero della Difesa non hanno la stessa spietatezza dei contractor di un tempo. Gli analisti di Bruxelles osservano con crescente preoccupazione: il vuoto lasciato dalla partenza delle forze francesi e della missione Onu non è stato colmato, ma ha creato uno spazio che i ribelli riempiono con facilità. La prospettiva europea è duplice: da un lato il rischio di un nuovo flusso migratorio verso le coste italiane, dall'altro la minaccia che i jihadisti utilizzino il nord del Mali come base per colpire gli interessi occidentali.

Intanto, secondo fonti di Rabat, otto camionisti marocchini sono bloccati tra le località di Diama e Douri, in una zona diventata un inferno di fuoco incrociato. Il Marocco ha chiesto copertura militare per metterli in salvo, ma il collasso dell'autorità statale rende ogni operazione rischiosa. L'Algeria, dal canto suo, segue con apprensione l'avanzata dei tuareg lungo il confine meridionale, mentre Pechino – che ha investito massicciamente nelle infrastrutture sahariane – teme per la sicurezza dei propri cantieri. In questo quadro, l'unità tattica tra jihadisti e separatisti potrebbe rivelarsi effimera: gli uni puntano a instaurare un califfato, gli altri all'indipendenza dell'Azawad. Ma per ora il loro nemico comune – la giunta militare di Bamako – tiene insieme forze che in passato si sono combattute.

Guardando avanti, è probabile che il fronte governativo continui a sgretolarsi. Il controllo delle principali città del nord è saltato, la capitale Bamako è sotto minaccia di blocco stradale annunciato dal JNIM, e le divisioni interne all'esercito – rivelate dalle stesse accuse di collusione – minano qualsiasi capacità di reazione. Per l'Italia, che ha un ruolo di primo piano nella gestione della sicurezza mediterranea e nei dialoghi con i paesi saheliani, la crisi maliana impone una riflessione: il modello di partenariato con autocrazie militari appoggiate da Mosca non regge, e serve una strategia europea che riporti al centro diplomazia e sviluppo, prima che il Sahel diventi un buco nero ingestibile.

Ultim'ora
Settimana mondiale dell’allattamento: al via la mobilitazione per un inizio di vita sostenibile·L’azzardo del destino: i numeri di una lotteria globale·Ogier fuori strada in Finlandia: il sogno del decimo titolo si complica·Trump ritira la promessa di licenza per i missili Patriot, Kiev cerca alternative·La confessione pubblica della fragilità: quando le star rompono il tabù della malattia·Danny Welbeck firma con il Chelsea: due anni di contratto per l’attaccante 35enne·Borsa di Teheran: l'indice principale scende, ma i titoli minori corrono·India: la revisione delle liste elettorali slitta in Telangana e Odisha·Settimana mondiale dell’allattamento: al via la mobilitazione per un inizio di vita sostenibile·L’azzardo del destino: i numeri di una lotteria globale·Ogier fuori strada in Finlandia: il sogno del decimo titolo si complica·Trump ritira la promessa di licenza per i missili Patriot, Kiev cerca alternative·La confessione pubblica della fragilità: quando le star rompono il tabù della malattia·Danny Welbeck firma con il Chelsea: due anni di contratto per l’attaccante 35enne·Borsa di Teheran: l'indice principale scende, ma i titoli minori corrono·India: la revisione delle liste elettorali slitta in Telangana e Odisha·
Agg. 12:485 lingue · 11 testate
11 testate|5 lingue|3 min lettura
sabato 2 maggio 2026

Il Mali sprofonda: il modello russo crolla tra attacchi e collusioni militari

Il Sahel vive una delle sue crisi più acute da quando i militari hanno preso il potere a Bamako nel 2020. Nelle ultime settimane, una rara alleanza tra jihadisti del Gruppo di sostegno all'islam e ai musulmani (JNIM), legato ad al-Qaeda, e i separatisti tuareg del Fronte di liberazione dell'Azawad ha portato alla conquista del campo strategico di Tessalit, al confine con l'Algeria, costringendo l'esercito maliano e i suoi alleati russi ad abbandonare le posizioni senza combattere. Contemporaneamente, il procuratore militare ha rivelato l'esistenza di prove di collusione tra ufficiali dell'esercito – alcuni in servizio, altri già destituiti – e i gruppi armati, accusandoli di aver pianificato e coordinato gli attacchi. È il segnale più evidente del deterioramento di un potere che sembrava consolidato.

L'ottica di Mosca, che dopo la morte di Prigozhin ha assorbito Wagner nel cosiddetto Africa Corps, sperava di replicare il modello di sicurezza in cambio di risorse – oro maliano, uranio nigerino, diamanti centrafricani – ma la macchina statale russa si è rivelata meno flessibile e meno efficace sul terreno. Il controllo di questa vasta rete di influenza resta nelle mani del Cremlino, ma la crisi attuale dimostra che i soldati stipendiati dal ministero della Difesa non hanno la stessa spietatezza dei contractor di un tempo. Gli analisti di Bruxelles osservano con crescente preoccupazione: il vuoto lasciato dalla partenza delle forze francesi e della missione Onu non è stato colmato, ma ha creato uno spazio che i ribelli riempiono con facilità. La prospettiva europea è duplice: da un lato il rischio di un nuovo flusso migratorio verso le coste italiane, dall'altro la minaccia che i jihadisti utilizzino il nord del Mali come base per colpire gli interessi occidentali.

Intanto, secondo fonti di Rabat, otto camionisti marocchini sono bloccati tra le località di Diama e Douri, in una zona diventata un inferno di fuoco incrociato. Il Marocco ha chiesto copertura militare per metterli in salvo, ma il collasso dell'autorità statale rende ogni operazione rischiosa. L'Algeria, dal canto suo, segue con apprensione l'avanzata dei tuareg lungo il confine meridionale, mentre Pechino – che ha investito massicciamente nelle infrastrutture sahariane – teme per la sicurezza dei propri cantieri. In questo quadro, l'unità tattica tra jihadisti e separatisti potrebbe rivelarsi effimera: gli uni puntano a instaurare un califfato, gli altri all'indipendenza dell'Azawad. Ma per ora il loro nemico comune – la giunta militare di Bamako – tiene insieme forze che in passato si sono combattute.

Guardando avanti, è probabile che il fronte governativo continui a sgretolarsi. Il controllo delle principali città del nord è saltato, la capitale Bamako è sotto minaccia di blocco stradale annunciato dal JNIM, e le divisioni interne all'esercito – rivelate dalle stesse accuse di collusione – minano qualsiasi capacità di reazione. Per l'Italia, che ha un ruolo di primo piano nella gestione della sicurezza mediterranea e nei dialoghi con i paesi saheliani, la crisi maliana impone una riflessione: il modello di partenariato con autocrazie militari appoggiate da Mosca non regge, e serve una strategia europea che riporti al centro diplomazia e sviluppo, prima che il Sahel diventi un buco nero ingestibile.

Divergenza delle fonti

— · 11 testate · 5 lingue

0%Bassa

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Questa notizia è apparsa su

11 testate · 5 lingue

Allarga lo sguardo

Da Geopolitics & Politics

Trump annuncia un accordo per il disarmo di Hamas, ma Israele resta scettico

5 lingue · 103 testate

Da Economy & Markets

La Fed mantiene i tassi invariati, ma tre voti a favore del rialzo segnalano la spaccatura

3 lingue · 38 testate

Da Technology

GIIAS 2026: Chery lancia la Q con prenotazione solo online, 6.000 ordini in poche settimane

1 lingua · 15 testate

Leggi di più