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mercoledì 29 aprile 2026

Mali, la ritirata del Corpo africano russo e il caos che minaccia l’Europa

La sequenza di attacchi coordinati che sabato 25 aprile ha colpito simultaneamente Bamako, Kati, Gao, Timbuctu e ha consegnato la città settentrionale di Kidal nelle mani dei gruppi jihadisti e dei ribelli tuareg segna un punto di non ritorno per la giunta militare maliana – e per la strategia russa nel Sahel. A distanza di pochi giorni, mentre il leader della transizione Assimi Goïta appariva in pubblico soltanto dopo settantadue ore di inquietante silenzio e il ministro della Difesa Sadio Camara veniva ucciso da un’autobomba nella sua residenza, gli analisti di Bruxelles parlano apertamente di «bancarotta» del cosiddetto Corpo africano, l’erede della Wagner voluto dal ministero della Difesa di Mosca per presidiare il continente. Secondo fonti regionali, la caduta di Kidal – nodo strategico nel nord desertico – e il ritiro negoziato dei paramilitari russi, avvenuto con la mediazione dell’Algeria, hanno rivelato l’incapacità di Mosca di sostituire davvero il dispositivo francese cacciato nel 2021.

Dall’Eliseo, Parigi ha reagito raccomandando a tutti i connazionali di lasciare temporaneamente il paese «al più presto», definendo la situazione «estremamente volatile», mentre da Nuova Delhi e da Rabat sono giunte condanne nette, con il Marocco che in sede di Consiglio di pace dell’Unione Africana ha ribadito la necessità di un approccio regionale coordinato. Mosca, su un registro opposto, ha diffuso la propria versione attraverso il ministero della Difesa: i reparti del Corpo africano, afferma il comunicato, avrebbero sventato un colpo di Stato di 12mila miliziani addestrati da istruttori europei e ucraini, infliggendo perdite insostituibili. Una narrazione che, secondo osservatori con base a Dakar e Algeri, stride con i filmati e le testimonianze dal campo, dove i soldati russi sono stati costretti a una disordinata ritirata sotto il fuoco dei pick-up ribelli.

Il portavoce del Fronte di liberazione dell’Azawad, da Parigi, ha dichiarato senza mezzi termini che l’obiettivo è «l’uscita definitiva della Russia da tutto il Mali». Per l’Italia e l’Europa la posta in gioco è altissima. L’implosione del fragile ordine imposto dalla giunta allarga ulteriormente gli spazi di manovra dei gruppi qaedisti – JNIM e affini – che già oggi operano oltre le frontiere maliane, minacciando i paesi costieri del Golfo di Guinea e alimentando i flussi migratori e i traffici criminali verso il Mediterraneo centrale.

Dopo l’uscita della Francia e delle missioni ONU, il vuoto di sovranità rischia di trasformare porzioni del Sahel in un santuario permanente per il jihadismo transnazionale, con ripercussioni sulla sicurezza delle città europee, italiane comprese. Il presidente Goïta ha tentato di rassicurare la nazione dichiarando la situazione «sotto controllo» e promettendo la «totale neutralizzazione» dei gruppi armati, ma la sua prolungata latitanza iniziale e la scomparsa del suo braccio destro gettano ombre sulla tenuta stessa del regime. La prospettiva, avvertita da più analisti a Zurigo e Parigi, è quella di un effetto domino in una regione già provata dai colpi di Stato in Burkina Faso e Niger, dove pure Mosca ha promesso protezione senza riuscire a stabilizzare i regimi clienti.

Davanti a questo scenario, la via d’uscita non può che essere politica e multilaterale. L’Algeria sta provando a riannodare i fili di un dialogo con i tuareg, ma senza un vero cessate-il-fuoco e senza un ripensamento da parte dei capitali occidentali che, come ricordano le analisi sulla stampa elvetica, «rimangono indispensabili» malgrado la retorica anti-francese, il Sahel continuerà a precipitare. Per l’Europa non si tratta più di scegliere se tornare, ma di capire come farlo evitando che l’ennesima polveriera africana diventi una catastrofe irreversibile anche per le nostre sponde.

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Mali, la ritirata del Corpo africano russo e il caos che minaccia l’Europa

La sequenza di attacchi coordinati che sabato 25 aprile ha colpito simultaneamente Bamako, Kati, Gao, Timbuctu e ha consegnato la città settentrionale di Kidal nelle mani dei gruppi jihadisti e dei ribelli tuareg segna un punto di non ritorno per la giunta militare maliana – e per la strategia russa nel Sahel. A distanza di pochi giorni, mentre il leader della transizione Assimi Goïta appariva in pubblico soltanto dopo settantadue ore di inquietante silenzio e il ministro della Difesa Sadio Camara veniva ucciso da un’autobomba nella sua residenza, gli analisti di Bruxelles parlano apertamente di «bancarotta» del cosiddetto Corpo africano, l’erede della Wagner voluto dal ministero della Difesa di Mosca per presidiare il continente. Secondo fonti regionali, la caduta di Kidal – nodo strategico nel nord desertico – e il ritiro negoziato dei paramilitari russi, avvenuto con la mediazione dell’Algeria, hanno rivelato l’incapacità di Mosca di sostituire davvero il dispositivo francese cacciato nel 2021.

Dall’Eliseo, Parigi ha reagito raccomandando a tutti i connazionali di lasciare temporaneamente il paese «al più presto», definendo la situazione «estremamente volatile», mentre da Nuova Delhi e da Rabat sono giunte condanne nette, con il Marocco che in sede di Consiglio di pace dell’Unione Africana ha ribadito la necessità di un approccio regionale coordinato. Mosca, su un registro opposto, ha diffuso la propria versione attraverso il ministero della Difesa: i reparti del Corpo africano, afferma il comunicato, avrebbero sventato un colpo di Stato di 12mila miliziani addestrati da istruttori europei e ucraini, infliggendo perdite insostituibili. Una narrazione che, secondo osservatori con base a Dakar e Algeri, stride con i filmati e le testimonianze dal campo, dove i soldati russi sono stati costretti a una disordinata ritirata sotto il fuoco dei pick-up ribelli.

Il portavoce del Fronte di liberazione dell’Azawad, da Parigi, ha dichiarato senza mezzi termini che l’obiettivo è «l’uscita definitiva della Russia da tutto il Mali». Per l’Italia e l’Europa la posta in gioco è altissima. L’implosione del fragile ordine imposto dalla giunta allarga ulteriormente gli spazi di manovra dei gruppi qaedisti – JNIM e affini – che già oggi operano oltre le frontiere maliane, minacciando i paesi costieri del Golfo di Guinea e alimentando i flussi migratori e i traffici criminali verso il Mediterraneo centrale.

Dopo l’uscita della Francia e delle missioni ONU, il vuoto di sovranità rischia di trasformare porzioni del Sahel in un santuario permanente per il jihadismo transnazionale, con ripercussioni sulla sicurezza delle città europee, italiane comprese. Il presidente Goïta ha tentato di rassicurare la nazione dichiarando la situazione «sotto controllo» e promettendo la «totale neutralizzazione» dei gruppi armati, ma la sua prolungata latitanza iniziale e la scomparsa del suo braccio destro gettano ombre sulla tenuta stessa del regime. La prospettiva, avvertita da più analisti a Zurigo e Parigi, è quella di un effetto domino in una regione già provata dai colpi di Stato in Burkina Faso e Niger, dove pure Mosca ha promesso protezione senza riuscire a stabilizzare i regimi clienti.

Davanti a questo scenario, la via d’uscita non può che essere politica e multilaterale. L’Algeria sta provando a riannodare i fili di un dialogo con i tuareg, ma senza un vero cessate-il-fuoco e senza un ripensamento da parte dei capitali occidentali che, come ricordano le analisi sulla stampa elvetica, «rimangono indispensabili» malgrado la retorica anti-francese, il Sahel continuerà a precipitare. Per l’Europa non si tratta più di scegliere se tornare, ma di capire come farlo evitando che l’ennesima polveriera africana diventi una catastrofe irreversibile anche per le nostre sponde.

Divergenza delle fonti

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

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