
Hegseth sotto accusa al Congresso per l’Iran: l’ombra di Vance e lo stallo che spaventa l’Occidente
Per la prima volta dal 28 febbraio, quando l’amministrazione Trump lanciò i raid contro la Repubblica Islamica, il segretario alla Difesa Pete Hegseth si presenta oggi davanti alla Commissione Forze Armate della Camera per rispondere di una guerra che si trascina fra stallo tattico e crepe politiche interne. Formalmente l’audizione è convocata per discutere la richiesta di bilancio del Pentagono per il 2027, un’enormità da 1.500 miliardi di dollari, ma i democratici non hanno alcuna intenzione di limitarsi ai conti: intendono inchiodare Hegseth su un conflitto che definiscono «non autorizzato e senza obiettivi», trasformando l’incontro in un processo pubblico alla gestione di una campagna militare sempre più impopolare.
La tensione che circonda il capo del Pentagono non è soltanto il riflesso prevedibile dello scontro fra esecutivo e opposizione. Dentro la stessa amministrazione si è consumata una frattura che ha il volto e la voce del vicepresidente JD Vance. Veterano dell’Iraq come Hegseth – entrambi prestarono servizio nelle sabbie mesopotamiche fra il 2005 e il 2006, seppure con ruoli e sensibilità molto diverse – Vance incarna l’ala scettica verso le avventure militari oltremare. In settimane di riunioni riservate, ha sollevato dubbi taglienti sull’accuratezza dei dati forniti dal Dipartimento della Difesa, chiedendosi apertamente se il presidente Trump riceva un quadro fedele dell’andamento delle operazioni. Il cuore del dissenso è l’erosione degli stock missilistici: secondo fonti interne, Vance teme che l’entità reale del consumo di armamenti avanzati venga occultata, con implicazioni che vanno ben oltre il teatro iraniano.
Quella che a Washington appare sempre più come una guerra di logoramento senza una chiara via d’uscita sta già alterando gli equilibri strategici globali. Nell’ottica di Pechino, ogni missile Patriot o Tomahawk speso contro l’Iran è un missile in meno disponibile per un’eventuale crisi nello Stretto di Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale – un calcolo che, secondo analisti asiatici, potrebbe incoraggiare mosse più audaci da parte di Pechino nei prossimi mesi. A Bruxelles, il ragionamento è altrettanto cupo: il drenaggio degli arsenali statunitensi rischia di indebolire la deterrenza estesa della NATO proprio mentre il fianco orientale dell’Alleanza continua a misurarsi con l’ombra russa e con le necessità del sostegno all’Ucraina. Per l’Italia e l’Europa meridionale, già esposte sul fronte energetico, il perdurare dell’instabilità nel Golfo significa vulnerabilità aggiuntiva sul prezzo del greggio e sull’eventualità di nuovi flussi migratori, due variabili che Roma osserva con malcelata apprensione.
Nell’emiciclo di Capitol Hill, Hegseth sarà affiancato dal capo degli stati maggiori riuniti, il generale Dan Caine. Insieme, sottolineeranno la necessità di più droni, sistemi di difesa missilistica e navi da guerra, mentre i democratici punteranno l’indice sui costi umani e finanziari del conflitto: il bombardamento di una scuola che ha ucciso bambini, i turni estenuanti della Guardia Nazionale impiegata in operazioni di sicurezza interna, il ricorso crescente a contractors privati. Anche fra i repubblicani serpeggia il malcontento: l’incubo di un “conflitto congelato”, con le forze americane intrappolate in una terra di nessuno fra tregue fragili e violenze intermittenti, viene evocato come lo scenario peggiore alle soglie delle elezioni di metà mandato. I sorrisi imbarazzati di Hegseth – si pensi alla gaffe biblico-cinematografica sul passo di Pulp Fiction scambiato per Scrittura – sono ormai solo la superficie di una crisi di credibilità che logora ogni giorno l’amministrazione.
L’audizione di oggi potrebbe così segnare una svolta: se le domande incalzanti dei deputati faranno emergere un quadro di esaurimento delle munizioni più grave di quanto ammesso, la pressione per un’uscita negoziata aumenterà in modo irreversibile. Ci si avvicinerebbe allora a una resa dei conti non soltanto sulla guerra in Iran, ma sulla stessa visione strategica di un’America combattuta fra il mito della forza e la fatica dell’impero – con un’Europa che, da spettatrice, potrebbe dover imparare in fretta la lezione dell’autonomia strategica.
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