
Marocco, la lenta risalita dell’allevamento tra siccità e sovranità alimentare
Dopo sei anni di stress idrico e un’impennata dei costi di produzione, il settore dell’allevamento marocchina mostra i primi segni di una ripresa fragile ma concreta. Il prezzo delle carni rosse si attesta ancora tra i 100 e i 140 dirham al chilo, ben al di sopra delle medie storiche, segnale di uno squilibrio tra domanda e offerta che il governo di Rabat cerca di correggere con un programma di ricostituzione del patrimonio zootecnico. La posta in gioco è alta: la filiera animale vale il 35% del Pil agricolo nazionale, impiega 1,2 milioni di allevatori e genera 135 milioni di giornate di lavoro all’anno, secondo i dati diffusi dal ministero dell’Agricoltura. Per un paese che punta all’autosufficienza alimentare, il recupero del bestiame non è solo una questione economica ma un imperativo strategico.
L’ottica di Rabat si concentra sulla protezione delle femmine riproduttrici e sull’incremento dei capi, che oggi ammontano a 33 milioni di unità, capaci di produrre 530mila tonnellate di carni rosse e quasi due miliardi di litri di latte all’anno. Nel frattempo, il comparto avicolo ha già raggiunto l’autosufficienza, con 784mila tonnellate di carni bianche e 6,5 miliardi di uova. Ma il nodo resta la vulnerabilità climatica: la siccità degli ultimi anni ha ridotto i pascoli e fatto schizzare il costo degli alimenti per bestiame, comprimendo i margini degli allevatori e spingendo molti a ridurre il numero di capi. Da Bruxelles, dove l’Unione europea segue con attenzione l’evoluzione del mercato nordafricano, si osserva che la ripresa marocchina potrebbe aprire spazi per esportazioni di mangimi e genotipi pregiati, ma anche generare pressioni sui prezzi internazionali delle carni se la domanda interna resterà alta.
Guardando avanti, la sfida per il Marocco è duplice: sostenere un programma di ricostituzione del cheptel senza gravare ulteriormente sulle risorse idriche, già sotto stress, e garantire al contempo un reddito dignitoso agli allevatori in un contesto di inflazione persistente. Gli analisti di Rabat sottolineano che il sostegno pubblico massiccio è indispensabile nel breve termine, ma che nel medio periodo servirà un salto tecnologico nell’alimentazione animale e nella gestione dell’acqua. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il caso marocchino è un promemoria: la sovranità alimentare non si costruisce solo con i sussidi, ma con politiche climatiche integrate e con una maggiore resilienza delle filiere rispetto agli shock esterni. La lenta risalita del settore zootecnico marocchino è un test per l’intero Mediterraneo.
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