
Mondiali 2026, l’Iran denuncia i visti negati: il calcio ostaggio della geopolitica
La nazionale iraniana non ha ancora ottenuto i permessi d’ingresso negli Stati Uniti. L’ambasciatore a Città del Messico: «Condizioni inique». Intanto il ritiro si sposta a Tijuana.
A pochi giorni dal calcio d’inizio del Mondiale 2026, la nazionale iraniana diventa protagonista di un braccio di ferro diplomatico che trascende i confini dello sport. In una conferenza stampa tenuta giovedì a Tijuana, l’ambasciatore di Teheran in Messico, Abolfazl Pasandideh, ha puntato il dito contro Washington, accusando l’amministrazione Trump di non aver garantito «condizioni egualitarie» né alla squadra né ai suoi tifosi. La denuncia arriva mentre il Team Melli è ancora in attesa dei visti d’ingresso per gli Stati Uniti, uno dei tre paesi ospitanti, e ha dovuto trasferire il proprio quartier generale da Tucson, in Arizona, alla città frontaliera messicana.
La vicenda affonda le radici in un clima di perdurante ostilità tra i due paesi, aggravato dal nuovo mandato presidenziale americano e dalle tensioni in Medio Oriente. Secondo fonti diplomatiche iraniane, l’originaria scelta di Tucson era stata ostacolata da lungaggini burocratiche e veti incrociati, così da rendere impossibile persino gli allenamenti regolari. «Il paese a nord – ha dichiarato Pasandideh riferendosi agli Stati Uniti – aveva la responsabilità di accogliere la nostra selezione, ma non l’ha fatto. Non sappiamo ancora se concederanno i visti». Il capo della federazione calcistica iraniana, Mehdi Taj, aveva espresso in precedenza la speranza di ottenere permessi d’ingresso multipli, ma a oggi l’incertezza resta totale.
L’ottica di Washington, sebbene non espressa ufficialmente, appare segnata da considerazioni di sicurezza nazionale e dalla storica diffidenza verso i viaggiatori iraniani, in un quadro normativo che ricorda il contestato travel ban. La vicenda riecheggia precedenti celebri: dall’abbraccio tra le due nazionali ai Mondiali del 1998 fino agli strascichi del disgelo nucleare mai compiuto. Oggi, però, lo spostamento del ritiro a Tijuana – dove lo stadio dei Club Tijuana Xolos è stato messo a disposizione dalle autorità locali – disegna una geografia insolita: il Messico si fa involontario palcoscenico di una protesta politica, mentre la FIFA, osservano gli analisti mediorientali, appare sinora impotente nel mediare una soluzione che garantisca la regolarità della competizione.
Secondo gli osservatori di Bruxelles, il caso iraniano solleva interrogativi più ampi sulla credibilità degli eventi sportivi globali quando questi dipendono da decisioni unilaterali dei governi ospitanti. L’Unione Europea, tradizionalmente sostenitrice del multilateralismo sportivo, potrebbe vedere in queste frizioni un campanello d’allarme per le future edizioni condivise, soprattutto in aree geopoliticamente sensibili. D’altra parte, la prospettiva di Pechino e di altri attori asiatici segue con attenzione la vicenda, nel timore che il precedente iraniano possa essere strumentalizzato per esclusioni politiche in altre manifestazioni.
Mentre i giocatori iraniani attendono un segnale da Washington, il conto alla rovescia verso l’11 giugno procede inesorabile. Le partite del girone – in programma a Los Angeles e Seattle – rischiano di essere falsate ancor prima del fischio d’inizio, con una squadra che si prepara in condizioni psicologicamente e logisticamente precarie. A prescindere dall’esito, la diplomazia del pallone registra un nuovo, avvelenato capitolo: lo sport si conferma specchio fedele di un ordine internazionale dove le frontiere, anche quelle del gioco, sono sempre meno permeabili.
| Stampa latinoamericana | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
| Stampa sud-est asiatica | −0.20 | neutral |
L'ambasciatore iraniano ha sfruttato la visita a Tijuana per accusare gli Stati Uniti di non garantire condizioni eque alla squadra e ai tifosi, e ha denunciato il fallimento della FIFA nel risolvere la questione dei visti. La nazionale arriva al Mondiale in netto svantaggio, senza poter allenarsi adeguatamente e ancora in attesa dei permessi d'ingresso.
L'ambasciatore iraniano ha dichiarato che la squadra non ha ancora ricevuto i visti statunitensi e che Washington non ha rispettato gli impegni di ospitalità. Il ritiro è stato spostato da Tucson a Tijuana, e resta incerto se i visti verranno concessi.
La preparazione dell'Iran per il Mondiale è in una situazione critica: la squadra è bloccata dall'incertezza amministrativa sui visti per gli Stati Uniti. Costretta a spostare il ritiro a Tijuana, al confine con gli USA, la nazionale attende ancora i permessi d'ingresso.
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