
Morbillo, l’allarme dell’OPS per il Mondiale 2026: l’America perde la battaglia contro il virus
L’Organizzazione Panamericana della Sanità ha lanciato un avvertimento che riecheggia ben oltre i confini del continente: a due mesi dall’inizio dei Mondiali di calcio 2026 – che si terranno tra Stati Uniti, Messico e Canada – l’epidemia di morbillo nelle Americhe sta vivendo una recrudescenza senza precedenti. Lo scorso anno sono stati registrati oltre 14.700 casi confermati in tredici Paesi, un numero trentadue volte superiore a quello del 2024, con decine di vittime, concentrate soprattutto tra i bambini sotto i quattro anni. Una crescita che, secondo i dati diffusi dall’organismo regionale, non accenna a rallentare: la tendenza si è ulteriormente accentuata nei primi mesi del 2026, proprio mentre la mobilità di massa legata al torneo rischia di trasformare ogni stadio in un focolaio di contagio globale.
La regione, che aveva conquistato lo status di territorio libero dal morbillo nel 2016, ha perso quella certificazione anni fa a causa di coperture vaccinali crollate ben al di sotto della soglia di sicurezza del 95%. Il virus, altamente contagioso e capace di sopravvivere nell’aria per ore, ha così trovato terreno fertile in comunità dove la disinformazione sui vaccini ha indebolito l’immunità di gregge. Di fronte a questo scenario, ventuno Paesi hanno avviato una campagna straordinaria per somministrare novanta milioni di dosi, nel tentativo di arginare la diffusione prima che l’afflusso di tifosi da ogni angolo del pianeta amplifichi il rischio.
Dal punto di vista europeo, la minaccia appare concreta. L’Italia, che aveva registrato un lieve aumento di casi già nel 2025, si trova oggi a dover gestire l’ipotesi di un’importazione massiccia del virus attraverso i flussi turistici e i rimpatri. Gli analisti di Bruxelles ricordano che il morbillo non è una malattia del passato: può uccidere o provocare complicanze neurologiche permanenti, e la sua eliminazione richiede un impegno costante di sanità pubblica. Per questo, le autorità sanitarie europee stanno già raccomandando di verificare lo stato vaccinale prima di partire per il Nord America, consapevoli che un solo caso non diagnosticato in un aeroporto o in uno stadio può innescare una catena di trasmissione difficile da spezzare.
Guardando al futuro, l’esito di questa emergenza dipenderà da una combinazione di fattori: la rapidità delle campagne vaccinali nei Paesi ospitanti, la capacità di monitoraggio epidemiologico durante il torneo e – non ultima – la lotta contro la disinformazione che continua a minare la fiducia nei vaccini. L’ottica di Pechino, attenta alla mobilità globale, vede in questa epidemia un banco di prova per la cooperazione sanitaria internazionale in un’epoca di crescente scetticismo. Il Mondiale 2026 potrebbe diventare non solo una celebrazione sportiva, ma anche un test cruciale per la resilienza dei sistemi sanitari di fronte a una malattia che, dopo essere stata sconfitta, ha trovato il modo di tornare.
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