
Il processo Musk-OpenAI svela trame oscure: Altman e la sete di miliardi
Nuove testimonianze e messaggi inediti gettano luce sul caos alla guida di OpenAI, tra ambizioni miliardarie e promesse di sicurezza tradite.
«Direi molto male»: bastano tre parole per riaprire una ferita mai rimarginata. Quel dialogo tra Sam Altman e Mira Murati, emerso nel corso del processo che oppone Elon Musk a OpenAI, ha fatto il giro dei social network trasformandosi in un meme, ma racconta molto di più: il panico del fondatore esautorato, l’isolamento dal consiglio di amministrazione, la sfida lanciata dalla stessa Murati («Non ti vogliono»). Siamo al cuore di una battaglia legale che è anche uno specchio delle contraddizioni dell’intelligenza artificiale, un settore in cui le promesse filantropiche si sono scontrate con le ambizioni miliardarie.
Dal banco dei testimoni, Shivon Zilis, ex membro del board e madre dei figli di Musk, ha svelato come il fondatore di Tesla già nel 2016 cercasse di sottrarre talenti a OpenAI per portarli in casa propria, segnando l’inizio di una rivalità che oggi vale 150 miliardi di dollari. A emergere non è solo una faida personale, ma il ritratto di un’industria dove gli ideali originari – l’AI come bene comune – sembrano ormai un lontano ricordo. Lo dimostra il diario di Greg Brockman, presidente di OpenAI, sequestrato come prova: due anni dopo aver fondato la società come ente no profit, Brockman si chiedeva come raggiungere il primo miliardo di dollari.
Il giudice, a San Francisco, ascolta mentre a San Francisco stessa, intanto, Anthropic – rivale di OpenAI – sigla un accordo con SpaceX per potenziare la sua infrastruttura computazionale e lancia la funzione «dreaming» per Claude, un sistema che impara dai propri errori. La mossa, secondo gli analisti della Silicon Valley, è un tentativo di sottrarre quote di mercato a ChatGPT, ma anche un segnale di quanto il settore si stia riorganizzando attorno a poli di potere contrapposti. Non è solo una guerra di ego: è una partita geopolitica.
A Bruxelles si guarda con preoccupazione allo strapotere delle big tech americane, mentre a Pechino si osserva attentamente la capacità degli Stati Uniti di trasformare le faide interne in accelerazione dell’innovazione. Per l’Europa, e per l’Italia, la lezione è duplice: da un lato, l’urgenza di una regolamentazione che non soffochi la crescita, dall’altro la consapevolezza che l’AI non può essere lasciata in mano a una ristretta oligarchia. Il processo Musk-Altman non deciderà solo chi ha ragione su OpenAI: potrebbe segnare un punto di svolta nella governance dell’intelligenza artificiale.
La domanda che resta sospesa, mentre i meme dilagano e le carte bollate si accumulano, è se il settore saprà trovare una via tra l’etica perduta e il profitto sfrenato.
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