
Neymar, lo schiaffo al figlio di Robinho e il confine tra tensione e abuso
Neymar ha chiesto scusa e fatto pace con Robinho Jr. dopo averlo schiaffeggiato in allenamento. Ma l’episodio riaccende il dibattito sul potere nel calcio e sulle nuove norme anti-bullismo.
Neymar ha chiesto scusa pubblicamente a Robinho Jr., il diciottenne figlio dell’ex compagno di squadra, dopo averlo schiaffeggiato in un allenamento del Santos. Il gesto, avvenuto domenica scorsa, è stato raccontato dalla stampa brasiliana come una reazione impulsiva al dribbling subito dal giovane durante una partitella. Il giorno dopo la sconfitta in campionato, il clima era teso, e il capitano non ha trattenuto la frustrazione. Ma la vera forza della vicenda non sta nel litigio, bensì nella rapidità con cui si è consumata la riconciliazione: già martedì, dopo il pareggio in Coppa Sudamericana contro il Recoleta, i due si sono abbracciati sotto gli occhi delle telecamere, e il giovane ha ritirato la notifica extra giudiziale che i suoi rappresentanti avevano inviato al club per chiedere provvedimenti. «Tutti sbagliano, lui ha sbagliato, io potevo sbagliare», ha dichiarato Robinho Jr., dimostrando una maturità che ha sorpreso molti in Brasile.
L’episodio assume un significato particolare alla luce della storia che lega Neymar alla famiglia Robinho. Fu proprio il vecchio Robinho, oggi condannato per violenza sessuale in Italia e in attesa di estradizione, a proteggere e lanciare Neymar quando, adolescente, faceva i primi passi nel Santos. Ora quel cerchio si è invertito, e il peso della responsabilità di essere un mentore è diventato evidente. Secondo gli analisti sportivi di San Paolo, il gesto di Neymar non è solo un caso di nervi, ma interroga il rapporto tra potere e disciplina all’interno di uno spogliatoio. La nuova Legge Generale dello Sport, entrata in vigore in Brasile, obbliga i club a prevenire e contrastare qualsiasi forma di intimidazione sistematica, e lo schiaffo di un giocatore affermato a un giovane in prova potrebbe rientrare in quella definizione. I giuristi interpellati dalla stampa locale sottolineano che il dislivello di ruolo tra i due è il nodo centrale: Neymar non è semplicemente un compagno più esperto, ma l’idolo assoluto, il capitano, il punto di riferimento.
Il dibattito è arrivato fin nelle aule del Supremo Tribunale Federale. Il ministro Gilmar Mendes, in un post su X, ha voluto sdrammatizzare, pubblicando la foto dell’abbraccio tra i due e scrivendo che «il calcio ha i suoi screzi, ma l’amore per lo sport parla più forte». Un intervento che ha il sapore di una benedizione istituzionale, ma che non cancella le domande di fondo. Il Santos, dal canto suo, ha dichiarato di non avere immagini dell’accaduto perché la seduta era riservata ai soli giocatori non impiegati nella partita precedente, una giustificazione che suona come una difesa preventiva. La vicenda, chiusa sul piano personale, resta aperta su quello culturale. In un campionato dove l’autorità carismatica dei campioni spesso prevale sulle regole, il gesto di Neymar diventa un banco di prova per una nuova etica sportiva: non basta chiedere scusa, occorre che la gerarchia non si trasformi in arbitrio. E per un club che cerca di rinascere dopo anni difficili, la gestione di questo confine sarà più importante di qualsiasi risultato in campo.
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