
Nuove sanzioni Usa contro l'Iran: colpiti intermediari cinesi e la rete dei droni Shahed
Washington punisce dieci persone e società in Cina e Hong Kong per il sostegno al programma bellico di Teheran, a pochi giorni dall’incontro Trump-Xi.
Il Tesoro americano ha annunciato venerdì nuove sanzioni economiche contro dieci individui e società, tra cui diverse con sede in Cina e Hong Kong, accusati di aver favorito l’approvvigionamento di armi e materie prime per i droni Shahed e i missili balistici iraniani. Il provvedimento arriva a ridosso della visita del presidente Donald Trump a Pechino, dove incontrerà Xi Jinping, e in un momento in cui i tentativi di porre fine al conflitto con l’Iran sono sostanzialmente arenati. La mossa non è soltanto un’ulteriore stretta sulla Repubblica islamica: è anche un messaggio diretto a Pechino, chiamata a scegliere se continuare a sostenere la filiera militare di Teheran o privilegiare la relazione commerciale con Washington.
Dal punto di vista di Washington, la strategia è chiara: colpire senza tregua la base industriale militare iraniana per impedirle di ricostituire la capacità produttiva e proiettare potenza oltre i propri confini. Il Dipartimento del Tesoro ha ribadito la disponibilità a estendere le sanzioni secondarie a qualsiasi impresa straniera – comprese le compagnie aeree – che sostenga il commercio iraniano. Nelle stesse ore, è stata inflitta una sanzione anche al vice ministro del petrolio iracheno Ali Maarij al-Bahadli, accusato di aver agevolato il trasferimento di greggio iracheno verso l’Iran e le milizie filo-teheraniane presenti nel paese. L’Iraq, già stretto tra due fuochi, si trova così a fare i conti con un’ulteriore pressione esterna.
L’ottica di Pechino è inevitabilmente più complessa. Le aziende finite nella lista nera – come la Yushita Shanghai International Trade Company, accusata di acquistare armi per conto di Teheran – rischiano di compromettere la visita di Trump e le trattative commerciali in corso. Per la Cina, l’equilibrio è delicato: da un lato, gli interessi energetici e strategici con l’Iran restano significativi; dall’altro, la prospettiva di una guerra tariffaria con gli Stati Uniti rende ogni sostegno a Teheran un azzardo calcolato. Pechino potrebbe cercare di minimizzare l’impatto pubblico delle sanzioni, ma la scelta di Washington è stata calibrata per metterla con le spalle al muro.
L’Europa, e l’Italia in particolare, guarda a questo scenario con crescente inquietudine. Bruxelles teme che l’inasprimento unilaterale delle sanzioni americane finisca per coinvolgere anche imprese europee attive in Iran o in Cina, esponendole a ritorsioni legali o finanziarie. Roma, che mantiene relazioni economiche con Teheran e partecipa agli sforzi diplomatici per il nucleare, si trova in una posizione scomoda: sostenere l’impianto sanzionatorio statunitense significherebbe allinearsi a una linea dura che ha finora prodotto scarsi risultati sul fronte negoziale; dissentire, invece, rischierebbe di isolare il paese in un contesto transatlantico già fragile.
In prospettiva, la mossa del Tesoro americano potrebbe accelerare due dinamiche opposte. Da un lato, l’inasprimento delle sanzioni potrebbe spingere Teheran a cercare nuovi canali di approvvigionamento – magari attraverso reti ancora più opache – e a intensificare il proprio programma missilistico. Dall’altro, l’avvicinarsi del vertice tra Trump e Xi offre un’opportunità, seppur esigua, per un compromesso: Pechino potrebbe offrire garanzie sul contenimento dei trasferimenti tecnologici all’Iran in cambio di concessioni commerciali. Quel che è certo è che la partita si gioca su più tavoli, e nessuna delle capitali coinvolte può permettersi di ignorare le conseguenze di una scelta sbagliata.
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