Accedi
Edizione delle 06:00 CETgiovedì 6 agosto 2026
320 testate · 17 lingue520 briefing oggi
venerdì 1 maggio 2026

Stretto di Trump e greggio a 126 dollari: il mondo in ostaggio di un conflitto senza uscita

La geografia del potere si è riscritta in una notte sugli schermi dei trader di mezzo mondo: giovedì il greggio Brent ha toccato i 126 dollari al barile, un picco che non si registrava dal gelo energetico seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. La scintilla che ha incendiato le quotazioni è stata la rivelazione che il Pentagono sta per sottoporre a Donald Trump un piano per una serie di attacchi “brevi e potenti” contro l’Iran, nella speranza di spezzare l’impasse diplomatico che da due mesi tiene in ostaggio lo Stretto di Hormuz. Quel braccio di mare, un budello d’acqua largo appena trenta chilometri dove transitava un quinto del petrolio mondiale, è diventato il campo di battaglia invisibile di una guerra economica che, secondo gli analisti di Bruxelles, sta surriscaldando l’inflazione globale molto più di quanto i governi occidentali siano disposti ad ammettere.

L’architettura del confronto è tanto semplice quanto paralizzante. Da un lato Washington, con un blocco navale che ha ridotto di oltre l’80% le esportazioni iraniane, strangola l’economia di Teheran costringendo le sue petroliere a trasformarsi in depositi galleggianti; dall’altro lato l’Iran, attraverso la sua morsa sullo Stretto, prosciuga i mercati globali. Trump, ricevendo i magnati del petrolio, ha lasciato intendere che questa asfissia può durare mesi, scommettendo che il regime degli Ayatollah collassi prima che il prezzo della benzina in California, già volato ben oltre i sei dollari al gallone, scateni una rivolta fiscale interna. È il paradosso di una strategia che, nell’ottica di Pechino, rischia di accelerare la de-dollarizzazione degli scambi energetici, mentre per il Mediterraneo allargato significa un immediato contraccolpo su accise e filiere produttive.

A rendere lo scenario ancora più opaco contribuisce l’enigmatica figura del nuovo Leader Supremo iraniano. Mojtaba Khamenei, che secondo fonti occidentali sopravvive sfigurato ai raid che hanno ucciso suo padre, non è mai apparso in pubblico ma ha diffuso un messaggio scritto in occasione della Giornata Nazionale del Golfo Persico. Il testo è un misto di propaganda apocalittica e realpolitik regionale: minaccia gli Stati Uniti con la promessa che l’unico posto per gli “alieni” è il fondo delle acque del Golfo, ma al contempo tende una mano ai monarchi arabi, proponendo una nuova “gestione condivisa” dello Stretto che escluda le potenze esterne. Un’offerta che, nell’interpretazione prevalente a Riyadh, suona più come una imposizione mascherata da cooperazione, ma che potrebbe sedurre alcuni emirati, già tentati dall’uscita dai meccanismi OPEC+ che gli Emirati Arabi Uniti hanno ufficialmente abbandonato.

La partita si gioca ora su un tavolo diplomatico inclinato. Mentre Islamabad tenta una mediazione impossibile e Mosca, con una lunga telefonata a Washington, suggerisce a Trump di non cedere alla tentazione di un’operazione di terra, il costo materiale della guerra – secondo stime del Pentagono vicine ai cinquanta miliardi di dollari – logora i margini di manovra statunitensi. In Europa, e in particolare in Italia dove il prezzo alla pompa è un termometro politico quotidiano, ci si interroga se la tanto auspicata transizione energetica non stia per subire una brusca inversione di rotta. Il vero punto non è più se petrolio e gas costeranno ancora cari, ma per quanto tempo le democrazie occidentali potranno reggere l’urto di un conflitto “congelato” che, a colpi di droni e silenzi tattici, sta ridisegnando la mappa del potere globale più di quanto abbiano fatto le guerre-lampo del passato.

Ultim'ora
A Buenos Aires i canoni di locazione crescono meno dell’inflazione dopo la fine della legge sugli affitti·La FDA approva il primo vaccino antinfluenzale a mRNA di Moderna per gli over 50·Alex Eala avanza a Toronto, poi il doppio con Venus Williams·Iran e Oman vicini a un'intesa sullo Stretto di Hormuz, ma la riapertura resta subordinata a condizioni·Il Grande Otelo si divide: un pareggio storico tra due film brasiliani·Il ronzio nella borsa del marito svela un tradimento durato un anno·Cile, Kast lancia oltre 30 progetti di legge contro il crimine organizzato·Meghan Markle compie 45 anni: un tuffo in piscina e l’intimità di Montecito·A Buenos Aires i canoni di locazione crescono meno dell’inflazione dopo la fine della legge sugli affitti·La FDA approva il primo vaccino antinfluenzale a mRNA di Moderna per gli over 50·Alex Eala avanza a Toronto, poi il doppio con Venus Williams·Iran e Oman vicini a un'intesa sullo Stretto di Hormuz, ma la riapertura resta subordinata a condizioni·Il Grande Otelo si divide: un pareggio storico tra due film brasiliani·Il ronzio nella borsa del marito svela un tradimento durato un anno·Cile, Kast lancia oltre 30 progetti di legge contro il crimine organizzato·Meghan Markle compie 45 anni: un tuffo in piscina e l’intimità di Montecito·
Agg. 06:369 lingue · 46 testate
46 testate|9 lingue|3 min lettura
venerdì 1 maggio 2026

Stretto di Trump e greggio a 126 dollari: il mondo in ostaggio di un conflitto senza uscita

La geografia del potere si è riscritta in una notte sugli schermi dei trader di mezzo mondo: giovedì il greggio Brent ha toccato i 126 dollari al barile, un picco che non si registrava dal gelo energetico seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. La scintilla che ha incendiato le quotazioni è stata la rivelazione che il Pentagono sta per sottoporre a Donald Trump un piano per una serie di attacchi “brevi e potenti” contro l’Iran, nella speranza di spezzare l’impasse diplomatico che da due mesi tiene in ostaggio lo Stretto di Hormuz. Quel braccio di mare, un budello d’acqua largo appena trenta chilometri dove transitava un quinto del petrolio mondiale, è diventato il campo di battaglia invisibile di una guerra economica che, secondo gli analisti di Bruxelles, sta surriscaldando l’inflazione globale molto più di quanto i governi occidentali siano disposti ad ammettere.

L’architettura del confronto è tanto semplice quanto paralizzante. Da un lato Washington, con un blocco navale che ha ridotto di oltre l’80% le esportazioni iraniane, strangola l’economia di Teheran costringendo le sue petroliere a trasformarsi in depositi galleggianti; dall’altro lato l’Iran, attraverso la sua morsa sullo Stretto, prosciuga i mercati globali. Trump, ricevendo i magnati del petrolio, ha lasciato intendere che questa asfissia può durare mesi, scommettendo che il regime degli Ayatollah collassi prima che il prezzo della benzina in California, già volato ben oltre i sei dollari al gallone, scateni una rivolta fiscale interna. È il paradosso di una strategia che, nell’ottica di Pechino, rischia di accelerare la de-dollarizzazione degli scambi energetici, mentre per il Mediterraneo allargato significa un immediato contraccolpo su accise e filiere produttive.

A rendere lo scenario ancora più opaco contribuisce l’enigmatica figura del nuovo Leader Supremo iraniano. Mojtaba Khamenei, che secondo fonti occidentali sopravvive sfigurato ai raid che hanno ucciso suo padre, non è mai apparso in pubblico ma ha diffuso un messaggio scritto in occasione della Giornata Nazionale del Golfo Persico. Il testo è un misto di propaganda apocalittica e realpolitik regionale: minaccia gli Stati Uniti con la promessa che l’unico posto per gli “alieni” è il fondo delle acque del Golfo, ma al contempo tende una mano ai monarchi arabi, proponendo una nuova “gestione condivisa” dello Stretto che escluda le potenze esterne. Un’offerta che, nell’interpretazione prevalente a Riyadh, suona più come una imposizione mascherata da cooperazione, ma che potrebbe sedurre alcuni emirati, già tentati dall’uscita dai meccanismi OPEC+ che gli Emirati Arabi Uniti hanno ufficialmente abbandonato.

La partita si gioca ora su un tavolo diplomatico inclinato. Mentre Islamabad tenta una mediazione impossibile e Mosca, con una lunga telefonata a Washington, suggerisce a Trump di non cedere alla tentazione di un’operazione di terra, il costo materiale della guerra – secondo stime del Pentagono vicine ai cinquanta miliardi di dollari – logora i margini di manovra statunitensi. In Europa, e in particolare in Italia dove il prezzo alla pompa è un termometro politico quotidiano, ci si interroga se la tanto auspicata transizione energetica non stia per subire una brusca inversione di rotta. Il vero punto non è più se petrolio e gas costeranno ancora cari, ma per quanto tempo le democrazie occidentali potranno reggere l’urto di un conflitto “congelato” che, a colpi di droni e silenzi tattici, sta ridisegnando la mappa del potere globale più di quanto abbiano fatto le guerre-lampo del passato.

Divergenza delle fonti

— · 46 testate · 9 lingue

0%Bassa

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Questa notizia è apparsa su

46 testate · 9 lingue

Allarga lo sguardo

Da Geopolitics & Politics

Attacco missilistico russo su Kiev: 17 morti, nessun intercettore ha funzionato

7 lingue · 71 testate

Da Economy & Markets

I giganti del petrolio incassano utili record sulla guerra in Iran, Trump accusa le major americane

2 lingue · 21 testate

Da Technology

L’amministrazione Trump esenta i modelli open-weight cinesi dai nuovi test di sicurezza sull’IA

3 lingue · 11 testate

Leggi di più