
Oro in calo nonostante la guerra: i tassi frenano il bene rifugio
Il metallo prezioso cede il 2,6% in una settimana di escalation tra Stati Uniti e Iran, mentre i mercati scontano politiche monetarie più restrittive per arginare l’inflazione energetica.
L’oro ha chiuso la settimana a 4.018 dollari l’oncia, in rialzo di circa l’1% nella sola seduta di venerdì ma con una perdita complessiva del 2,6%: la più marcata da sei settimane. Il paradosso è solo apparente. Secondo gli analisti delle principali piazze finanziarie internazionali, il conflitto in corso tra Washington e Teheran – con bombardamenti statunitensi su ponti, aeroporti e infrastrutture civili nell’Iran meridionale e ritorsioni iraniane su basi americane in Bahrein, Kuwait, Oman e Giordania – ha spinto il Brent a guadagnare circa il 16% in pochi giorni, alimentando i timori di una fiammata inflazionistica globale. Ma sono proprio queste attese a rafforzare la convinzione che la Federal Reserve manterrà i tassi elevati più a lungo, erodendo l’attrattiva di un asset che non genera rendimento.
A Washington, i funzionari della banca centrale hanno ribadito in audizione al Congresso la determinazione a contenere l’inflazione, anche a costo di prolungare la stretta monetaria. Lo strumento FedWatch del CME indica che i trader assegnano ora una probabilità del 58% a un rialzo dei tassi a settembre, mentre per la riunione di luglio le chance sono scese dal 35% al 10% dopo la pubblicazione di un dato sull’inflazione americana inferiore alle attese (CPI al 3,5% a giugno). L’oro, che da fine febbraio – quando è cominciata l’offensiva militare contro l’Iran – ha già perso circa il 25%, resta così schiacciato tra la domanda di beni rifugio e la prospettiva di costi-opportunità crescenti.
Sul mercato interno iraniano, il quadro è altrettanto teso. Il rialzo del dollaro libero ha toccato nuovi massimi storici, con quotazioni che hanno superato 194.000 rial, mentre il prezzo dell’oro a 18 carati si è attestato intorno a 19 milioni di toman al grammo e la moneta Emami a 191,5 milioni di toman. I livelli restano tuttavia inferiori ai record del 9 esfand (28 febbraio), quando il grammo d’oro aveva raggiunto 22,4 milioni di toman e la moneta 210 milioni, con il dollaro a 175.000 rial e l’oro internazionale a 5.277 dollari. Secondo gli osservatori di Teheran, la domanda interna di oro fisico è sostenuta dalla perdita di potere d’acquisto della valuta nazionale, ma il deprezzamento del metallo sui mercati globali impedisce per ora nuovi picchi.
Per l’Europa e l’Italia, l’escalation mediorientale rappresenta un rischio diretto. L’impennata del greggio si trasmette ai costi energetici e potrebbe complicare il percorso di disinflazione della Banca Centrale Europea, già alle prese con una ripresa fragile. A Bruxelles si guarda con apprensione anche alle minacce degli Houthi yemeniti di bloccare le rotte petrolifere del Mar Rosso in caso di attacchi alle infrastrutture elettriche iraniane, uno scenario che aggraverebbe la pressione sui prezzi dei carburanti nel bacino del Mediterraneo.
Il dossier resta aperto. La prossima settimana gli indici PMI manifatturieri e dei servizi negli Stati Uniti forniranno un primo test: una lettura sotto la soglia di 50 indebolirebbe il dollaro e offrirebbe un sostegno all’oro. Ma finché il conflitto continuerà a spingere al rialzo le quotazioni energetiche, il metallo giallo difficilmente potrà sottrarsi alla morsa delle attese sui tassi. La riunione della Fed di settembre si profila come l’appuntamento decisivo per sciogliere il nodo.
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.30 | critical |
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Il blocco indiano e sudasiatico ignora completamente la guerra e le fluttuazioni dell'oro, concentrandosi su notizie locali, intrattenimento e questioni sociali. Il conflitto globale non trova spazio, sostituito da drammi nazionali e storie di vita quotidiana.
Il blocco arabo del Levante e Maghreb vede la guerra come un'escalation fuori controllo, con minacce dirette alla regione. L'oro è menzionato solo marginalmente, ma la priorità è la sicurezza e il confronto con le potenze straniere.
Il blocco iraniano focalizza l'impatto economico della guerra, denunciando le sanzioni e la pressione esterna. L'oro è visto come indicatore della salute economica, ma la narrativa è dominata dalla resilienza nazionale e dalla critica all'Occidente.
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