
Perù, il caso degli F-16 fa vacillare il governo: si dimettono Esteri e Difesa
La crisi politica peruviana si è improvvisamente inasprita con le dimissioni dei ministri degli Esteri e della Difesa, annunciate mercoledì in aperta rottura con il presidente ad interim José María Balcázar. Al centro dello scontro, la sospensione di un contratto da 3,5 miliardi di dollari per l’acquisto di ventiquattro caccia F-16 Block 70 dalla Lockheed Martin, una decisione che il capo dello Stato ha giustificato con la necessità di lasciare al prossimo governo – che uscirà dal ballottaggio presidenziale del 7 giugno – l’onere di un impegno finanziario così oneroso. I due ministri dimissionari, Hugo de Zela e Carlos Díaz, hanno invece sostenuto che l’accordo era già stato firmato lunedì scorso e che l’annullamento unilaterale mette a repentaglio la credibilità del Perù come partner commerciale, accusando il presidente di aver mentito al paese.
Lo scontro avviene in un clima di forte instabilità: il Perù si appresta ad eleggere il nono presidente in un decennio, e la vicenda rischia di minare la fiducia degli investitori internazionali in un’economia già fragile. Dal punto di vista di Washington, la reazione è stata immediata e dura. Fonti diplomatiche statunitensi hanno fatto sapere che l’amministrazione Trump è pronta a “usare tutti gli strumenti a disposizione” per tutelare i propri interessi, in un contesto in cui gli F-16 rappresentano non solo un affare strategico per l’industria della difesa americana, ma anche un pilastro delle relazioni bilaterali con Lima.
L’ottica di Pechino, invece, segue con attenzione le evoluzioni: la Cina è da tempo presente in America Latina con offerte alternative nel settore degli armamenti, e una eventuale riapertura della gara d’appalto potrebbe offrire spazi per nuovi competitor. Per l’Italia e l’Europa, la vicenda ha un duplice significato. Da un lato, mostra come le commesse militari possano diventare un campo di battaglia politico interno, con ripercussioni sulla stabilità istituzionale.
Dall’altro, rappresenta un monito per le aziende europee del settore – come Leonardo o Airbus – che operano in mercati ad alta volatilità: la scelta di Balcázar, seppur dettata da prudenza contabile, apre una finestra di incertezza che potrebbe ritardare altri accordi in regione. Gli analisti internazionali sono divisi. C’è chi vede nella mossa del presidente ad interim un tentativo di scaricare su altri una decisione impopolare, e chi invece la interpreta come un segnale di responsabilità fiscale.
Quel che è certo è che il futuro dell’accordo dipenderà dall’esito delle urne: il nuovo leader, chiunque sia, si troverà a dover mediare tra la pressione di Washington, le aspettative delle forze armate peruviane e la necessità di non gravare ulteriormente sul debito pubblico. Nel frattempo, la doppia uscita dal governo aggrava un quadro già fragile, e la comunità internazionale osserva con apprensione l’ennesima crisi istituzionale di un paese che fatica a trovare una rotta stabile.
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