
Prevenire la demenza: abitudini sane e nuove terapie riducono il rischio fino al 45%
Dall’attività fisica al controllo del diabete, passando per farmaci sperimentali e test del sangue, la scienza globale indica la strada per proteggere il cervello.
La demenza rappresenta una delle principali cause di disabilità e mortalità nel mondo, con oltre 57 milioni di persone colpite. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, fino al 45% dei casi potrebbe essere prevenuto o ritardato intervenendo su fattori di rischio modificabili. Tra questi figurano il tabagismo, il consumo eccessivo di alcol, l’isolamento sociale, la sedentarietà, l’inquinamento atmosferico e patologie non trasmissibili come ipertensione e diabete. L’agenzia ha inoltre sfatato il mito che vitamine e integratori possano proteggere dal declino cognitivo, sottolineando l’assenza di prove scientifiche a sostegno.
L’adozione di uno stile di vita sano deve iniziare già in età giovanile. In diverse regioni, come il Sud-est asiatico, si registra un preoccupante aumento del diabete di tipo 2 tra adolescenti e giovani adulti, alimentato da diete ricche di zuccheri, obesità e mancanza di movimento. L’eccessivo utilizzo di dispositivi digitali e lo scrolling compulsivo aggravano la sedentarietà, rendendo ancora più cruciale l’attività fisica regolare per mantenere ottimali le funzioni cognitive. Studi condotti in America Latina, in particolare in Colombia, hanno identificato cinque chiavi per ridurre il rischio, tra cui il controllo della pressione arteriosa e la socializzazione.
La salute cardiovascolare è strettamente legata a quella cerebrale. L’ipertensione, spesso asintomatica, danneggia i vasi sanguigni e accelera il declino cognitivo. Controllare la pressione, insieme ai livelli di colesterolo e glicemia, è quindi un passo fondamentale non solo per prevenire infarti e ictus, ma anche per proteggere la memoria. La sindrome metabolica, caratterizzata da obesità addominale, ipertensione, iperglicemia e dislipidemia, è un fattore di rischio significativo per l’Alzheimer, soprattutto nelle donne, che statisticamente ne sono più colpite.
Sul fronte della ricerca, un nuovo farmaco sperimentale chiamato diranersen (BIIB080) ha mostrato risultati promettenti nel rallentare il declino cognitivo fino al 50% nei pazienti con Alzheimer lieve. A differenza delle terapie attuali, agisce sulla proteina tau, riducendone la produzione. Parallelamente, un semplice esame del sangue che misura il biomarcatore p-tau217 potrebbe prevedere il rischio di demenza con anni di anticipo: uno studio ha rilevato un aumento del 38% del rischio in cinque anni per chi presenta livelli elevati. Questi progressi, uniti alla prevenzione, offrono una speranza concreta per un futuro con meno casi di demenza.
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