
Putin giustifica i blackout, l’Fsb sventa un attentato: la rete russa tra dissenso e terrore
La coincidenza è talmente perfetta da sembrare scritta. Il 23 aprile Vladimir Putin giustifica pubblicamente le interruzioni di internet in Russia come «necessarie per prevenire attacchi terroristici», aggiungendo che le autorità non possono avvisare in anticipo perché «i criminali leggono tutto». Ventiquattr’ore dopo, l’Fsb annuncia di aver sventato il 18 aprile un attentato contro i vertici del Roskomnadzor, l’agenzia incaricata proprio di quelle restrizioni digitali. Sette arresti in quattro città, un presunto capo ucciso perché armato, e un dettaglio che lega ogni tassello: i reclutatori sarebbero ucraini e il canale di contatto è Telegram, l’app su cui si accaniscono le maglie del controllo. Per il Cremlino il cerchio si chiude: censura e sicurezza diventano inscindibili.
Ma dietro l’operazione si intravede una frattura crescente. L’Associazione degli sviluppatori russi di software ha inviato una lettera al primo ministro Mišustin – non a Putin – per chiedere un «organo congiunto» che riveda le politiche di blocco, definite tecnicamente inutili e controproducenti. È un segnale raro: persino settori della tecnocrazia interna, fedeli al sistema, avvertono che la guerra al digitale sta danneggiando l’economia e esasperando la popolazione. File di cittadini si formano davanti all’amministrazione presidenziale per consegnare petizioni contro i blackout, mentre un cronista della Bbc raccoglie la paura di chi, pur senza violenza, alza la testa. Sono piccole crepe in un clima in cui i servizi di sicurezza – secondo la stampa tedesca – si contendono influenza proprio grazie al monopolio della sorveglianza sulle reti.
Al centro delle cronache c’è il movimento «Cigno scarlatto», nato per opporsi alla censura con metodi non violenti. Secondo fonti russe indipendenti e l’ong Pervyj Otdel, tra i fermati dell’Fsb ci sarebbe Sofija Čepik, 19 anni, amministratrice di un canale del gruppo. Il movimento nega ogni legame con la progettata autobomba e respinge l’accostamento a ideologie neofasciste sbandierato dall’Fsb; alcuni osservatori ucraini notano che certi canali neonazisti coinvolti nell’inchiesta sono già da tempo sospettati di essere provocazioni dei servizi di Kiev. L’intreccio di accuse incrociate rende il confine tra minaccia reale e costruzione narrativa sempre più labile, ma il risultato immediato è l’estensione del terrore a chiunque critichi il controllo della rete.
La mossa del Cremlino non è solo repressione, è una scommessa politica. Dopo l’avvelenamento di Naval’nyj e la stretta sui dissidenti, ora la Seconda direzione dell’Fsb – la stessa, secondo gli analisti di Bruxelles, che ha gestito simili operazioni coperte – si concentra sullo spazio digitale, l’unico in cui sopravviveva un’embrionale opinione pubblica. Ma blindare Telegram, usato massicciamente in Russia come in Europa per informarsi e lavorare, significa colpire un nervo scoperto di milioni di persone. Per l’Italia e l’Unione, dove il dibattito sulla sovranità digitale è acceso, l’esperimento russo è un laboratorio autoritario che mostra come la ricerca del controllo totale possa innescare un cortocircuito: la narrativa del pericolo esterno non basterà a lungo a mascherare il malcontento interno, né a risolvere la contraddizione tra un’economia digitale in sofferenza e il pugno di ferro dei servizi. Se il regime accelera su questa strada, il vero fronte si sposterà dentro i confini, dove la rabbia silenziosa di chi oggi fa la fila per una petizione potrebbe trovare forme meno innocue di opposizione.
Allarga lo sguardo
Trump annuncia un accordo per il disarmo di Hamas, ma Israele resta scettico
4 lingue · 103 testate
Da Economy & MarketsIl Messico rimbalza dell’1,5% nel secondo trimestre, il miglior dato in oltre cinque anni
1 lingua · 18 testate
Da TechnologyGIIAS 2026: Chery lancia la Q con prenotazione solo online, 6.000 ordini in poche settimane
1 lingua · 15 testate