
Israele frena sul disarmo di Hamas, raid su Gaza nonostante l’annuncio di Trump
Il governo Netanyahu esprime “serie preoccupazioni” al piano americano e subordina il ritiro alla smilitarizzazione totale, mentre i bombardamenti causano nuove vittime e Hamas accusa Tel Aviv di sabotare l’intesa.
L’annuncio del presidente statunitense Donald Trump di un’intesa per il disarmo completo di Hamas e degli altri gruppi armati a Gaza si è scontrato nel giro di poche ore con le riserve esplicite di Israele e con una nuova escalation di violenza sul terreno. Secondo fonti mediche palestinesi citate dall’agenzia Wafa, raid israeliani nel quartiere di al-Rimal a Gaza City hanno ucciso almeno 14 persone, tra cui quattro bambini, mentre altre fonti sanitarie locali parlano di almeno 13 vittime in attacchi che hanno colpito anche Deir al-Balah e Khan Younis. L’offensiva è proseguita per il secondo giorno consecutivo, nonostante il presidente americano avesse parlato di un “accordo storico” e di un “passo avanti enorme” per la regione.
L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha comunicato a Washington le proprie “preoccupazioni” sul quadro proposto, precisando – per bocca del portavoce Doron Spielman – che “la versione resa pubblica non riflette la posizione di Israele”. Secondo l’intelligence israeliana, Hamas avrebbe ripreso a riarmarsi e a reclutare nuovi membri dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco dello scorso ottobre, preparandosi a “ulteriori massacri in stile 7 ottobre”. Per Israele, il primo passo indispensabile resta “la smilitarizzazione autentica, verificabile e irreversibile” del movimento islamista, e nessun ritiro delle forze armate dalla Striscia – dove Tel Aviv controlla ormai oltre il 60% del territorio – potrà avvenire prima che le armi siano fisicamente consegnate. Il ministro dell’Energia Eli Cohen, membro del gabinetto di sicurezza, ha ribadito che “non c’è alcun accordo per fermare gli attacchi” e che, in assenza di disarmo, Israele dovrà assumere il pieno controllo dell’enclave.
Hamas, dal canto suo, ha confermato di aver accettato il principio del disarmo, ma lo ha vincolato a condizioni precise: cessazione totale delle ostilità, ritiro israeliano fino alla cosiddetta “Linea Gialla”, ingresso della Forza di stabilizzazione internazionale e avvio dell’amministrazione civile da parte del Comitato nazionale per Gaza. Un alto esponente del movimento, Ghazi Hamad, ha dichiarato che l’intesa è “un pacchetto unico” e che “non inizieremo alcun passo relativo alle armi prima che Israele adempia ai propri impegni”. Fonti vicine al gruppo integralista accusano il governo Netanyahu di “un’escalation deliberata” volta a ostacolare l’attuazione dell’accordo raggiunto con i mediatori, inclusa l’amministrazione statunitense, e a imporre fatti compiuti con la forza.
In questo scenario, il Board of Peace – l’organismo internazionale presieduto da Nikolay Mladenov e incaricato di supervisionare l’attuazione del piano Trump – ha pubblicato una tabella di marcia in 15 punti che delinea le fasi finali dell’intesa, ma ha anche denunciato come i raid degli ultimi giorni abbiano “ucciso civili e distrutto forniture mediche da cui la popolazione dipende”. Mladenov, atteso in Israele per discutere i dettagli operativi, ha ricordato che l’intesa è frutto di “intensi sforzi” condotti insieme a Egitto, Turchia, Qatar e Stati Uniti. La distanza tra le posizioni resta tuttavia profonda, e il dossier appare bloccato sul nodo della sequenza: disarmo prima del ritiro, come pretende Israele, o cessazione delle ostilità e ritiro prima della consegna delle armi, come esige Hamas. I prossimi colloqui con i mediatori diranno se l’annuncio di Trump potrà tradursi in un percorso concreto o se resterà l’ennesima occasione mancata.
| Stampa iraniana e affini | −1.00 | critical |
|---|---|---|
| Stampa sud-est asiatica | −0.80 | critical |
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
Noi accusiamo Netanyahu di sabotare l'accordo di pace con attacchi criminali; Hamas è un partner per la pace, e gli USA devono smettere di assecondare Israele.
Il blocco amplifica selettivamente le accuse di Hamas e ignora le rivendicazioni di sicurezza israeliane, inquadrando la violenza come sabotaggio deliberato piuttosto che come risposta a minacce.
Il blocco omette le affermazioni israeliane secondo cui Hamas si è riarmato e continua a rappresentare una minaccia, presenti nei materiali dei blocchi europeo e del Golfo.
Denunciamo i crimini di guerra di Netanyahu; la comunità internazionale deve ritenere Israele responsabile del sabotaggio della pace.
Il blocco personalizza il conflitto etichettando costantemente Netanyahu come 'criminale di guerra' e sottolineando le vittime civili, inquadrando la violenza come un attacco unilaterale alla pace.
Il blocco omette le ragioni di sicurezza addotte da Israele e qualsiasi menzione del riarmo di Hamas, presenti nei blocchi europeo e del Golfo.
Presentiamo i fatti: Israele ha preoccupazioni, Hamas accusa, e gli USA spingono per un accordo; l'esito è incerto.
Il blocco mantiene credibilità citando sia funzionari israeliani che autorità sanitarie palestinesi, giustapponendo narrazioni concorrenti senza favorirne una, e spesso inquadrando il conflitto come una sfida diplomatica.
Il blocco riporta le preoccupazioni di Israele ma non entra nei dettagli delle valutazioni dell'intelligence secondo cui Hamas si è riarmato, presenti in modo più evidente in altri blocchi.
Osserviamo i passi diplomatici: Israele ha obiezioni, l'inviato sta arrivando, e il futuro del piano dipende dai negoziati.
Il blocco spersonalizza il conflitto enfatizzando il ruolo dei mediatori e gli ostacoli procedurali, inquadrando la vicenda come una trattativa tecnica piuttosto che come uno scontro morale.
Il blocco omette l'accusa esplicita a Netanyahu come criminale di guerra presente nelle fonti iraniane e del Sud-est asiatico, e non enfatizza gli alti numeri di vittime civili.
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