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martedì 5 maggio 2026

Rifiuto popolare per Trump: guerra in Iran e costo della vita affossano il presidente a sei mesi dalle elezioni

Il consenso di Donald Trump crolla al 37%: due americani su tre bocciano la sua gestione del conflitto iraniano e l'impennata dei prezzi.

Per la prima volta dall'inizio del suo secondo mandato, Donald Trump si trova a fare i conti con un consenso che scende a livelli mai visti. Secondo l'ultimo sondaggio congiunto del Washington Post, di ABC News e di Ipsos, il 62% degli americani disapprova la sua gestione della presidenza, con un picco negativo del 66% sulla conduzione della guerra in Iran. La crisi si trascina dietro l'economia: il 76% degli intervistati giudica insostenibile l'aumento del costo della vita, trainato da una benzina che ha superato i 4,46 dollari al gallone e dal barile di Brent tornato sopra i cento dollari. Rispetto all'inflazione, la fiducia nel presidente tocca il 27%, mentre sulla capacità di ridurre le spese quotidiane precipita al 23%.

Questa erosione non è più circoscritta all'elettorato democratico. Secondo gli analisti di Washington, la base Maga mostra segni di incrinatura, e gli indipendenti – tradizionalmente decisivi per le elezioni di medio termine – si allontanano dal presidente proprio sulle questioni economiche. A sei mesi dalle elezioni legislative, i consiglieri della Casa Bianca, tra cui la capo di gabinetto Susie Wiles, hanno avviato riunioni d'emergenza per arginare il danno elettorale, mentre i democratici guadagnano nove punti percentuali nelle intenzioni di voto tra gli elettori registrati. Il dato è ancora più preoccupante per i repubblicani se si considera che, storicamente, la popolarità presidenziale è uno dei migliori predittori del risultato di medio termine.

L'impatto della crisi si riverbera ben oltre i confini statunitensi. Nell'ottica di Bruxelles e Roma, l'impennata del petrolio rischia di alimentare una nuova ondata inflazionistica in Europa, proprio mentre l'economia italiana cerca di consolidare la ripresa. La guerra in Iran – definita dagli osservatori europei un conflitto di scelta – ha rotto un equilibrio che durava da quasi mezzo secolo, e le sue conseguenze energetiche minacciano di destabilizzare le filiere produttive del continente. Mosca, dal canto suo, segue la partita con distacco: l'agenzia Interfax riferisce che Trump ha liquidato i sondaggi come «fake», sostenendo che chiedere il sostegno alla guerra è una domanda sbagliata, e che andrebbe invece posta ai cittadini se vogliono un Iran nucleare. Il dato rivelante, per gli analisti russi, è che neppure il 38% degli americani ritiene oggi che Trump mantenga le promesse fatte in campagna elettorale.

Il dato più sconcertante arriva da un sondaggio Gallup citato da fonti statunitensi: il 55% degli americani dichiara che la propria situazione finanziaria sta peggiorando, una percentuale superiore a quella registrata durante la crisi del 2008 o la pandemia. Nonostante una crescita del Pil del 2% nel primo trimestre, alimentata da investimenti nell'intelligenza artificiale e dalla spesa bellica, la percezione è di un'economia che scricchiola. Per i leader europei, il messaggio è chiaro: la Casa Bianca, impegnata a contenere l'emorragia di consensi, potrebbe ridurre la capacità di coordinamento transatlantico su dazi e sanzioni. Con il voto di novembre che si avvicina, la guerra in Iran si sta trasformando da operazione militare a trappola politica, e Trump – che finora aveva sempre sfruttato la polarizzazione a proprio vantaggio – scopre che il costo della vita può essere più incisivo di qualsiasi retorica nazionalista.

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martedì 5 maggio 2026

Rifiuto popolare per Trump: guerra in Iran e costo della vita affossano il presidente a sei mesi dalle elezioni

Il consenso di Donald Trump crolla al 37%: due americani su tre bocciano la sua gestione del conflitto iraniano e l'impennata dei prezzi.

Per la prima volta dall'inizio del suo secondo mandato, Donald Trump si trova a fare i conti con un consenso che scende a livelli mai visti. Secondo l'ultimo sondaggio congiunto del Washington Post, di ABC News e di Ipsos, il 62% degli americani disapprova la sua gestione della presidenza, con un picco negativo del 66% sulla conduzione della guerra in Iran. La crisi si trascina dietro l'economia: il 76% degli intervistati giudica insostenibile l'aumento del costo della vita, trainato da una benzina che ha superato i 4,46 dollari al gallone e dal barile di Brent tornato sopra i cento dollari. Rispetto all'inflazione, la fiducia nel presidente tocca il 27%, mentre sulla capacità di ridurre le spese quotidiane precipita al 23%.

Questa erosione non è più circoscritta all'elettorato democratico. Secondo gli analisti di Washington, la base Maga mostra segni di incrinatura, e gli indipendenti – tradizionalmente decisivi per le elezioni di medio termine – si allontanano dal presidente proprio sulle questioni economiche. A sei mesi dalle elezioni legislative, i consiglieri della Casa Bianca, tra cui la capo di gabinetto Susie Wiles, hanno avviato riunioni d'emergenza per arginare il danno elettorale, mentre i democratici guadagnano nove punti percentuali nelle intenzioni di voto tra gli elettori registrati. Il dato è ancora più preoccupante per i repubblicani se si considera che, storicamente, la popolarità presidenziale è uno dei migliori predittori del risultato di medio termine.

L'impatto della crisi si riverbera ben oltre i confini statunitensi. Nell'ottica di Bruxelles e Roma, l'impennata del petrolio rischia di alimentare una nuova ondata inflazionistica in Europa, proprio mentre l'economia italiana cerca di consolidare la ripresa. La guerra in Iran – definita dagli osservatori europei un conflitto di scelta – ha rotto un equilibrio che durava da quasi mezzo secolo, e le sue conseguenze energetiche minacciano di destabilizzare le filiere produttive del continente. Mosca, dal canto suo, segue la partita con distacco: l'agenzia Interfax riferisce che Trump ha liquidato i sondaggi come «fake», sostenendo che chiedere il sostegno alla guerra è una domanda sbagliata, e che andrebbe invece posta ai cittadini se vogliono un Iran nucleare. Il dato rivelante, per gli analisti russi, è che neppure il 38% degli americani ritiene oggi che Trump mantenga le promesse fatte in campagna elettorale.

Il dato più sconcertante arriva da un sondaggio Gallup citato da fonti statunitensi: il 55% degli americani dichiara che la propria situazione finanziaria sta peggiorando, una percentuale superiore a quella registrata durante la crisi del 2008 o la pandemia. Nonostante una crescita del Pil del 2% nel primo trimestre, alimentata da investimenti nell'intelligenza artificiale e dalla spesa bellica, la percezione è di un'economia che scricchiola. Per i leader europei, il messaggio è chiaro: la Casa Bianca, impegnata a contenere l'emorragia di consensi, potrebbe ridurre la capacità di coordinamento transatlantico su dazi e sanzioni. Con il voto di novembre che si avvicina, la guerra in Iran si sta trasformando da operazione militare a trappola politica, e Trump – che finora aveva sempre sfruttato la polarizzazione a proprio vantaggio – scopre che il costo della vita può essere più incisivo di qualsiasi retorica nazionalista.

Divergenza delle fonti

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

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