
Sei mesi per bonificare lo Stretto di Hormuz: le implicazioni per l’Europa e i mercati
La notizia, emersa da un’informativa riservata del Pentagono al Congresso, ha l’effetto di una scossa tellurica: la completa rimozione delle mine navali disseminate dalle forze iraniane nello Stretto di Hormuz potrebbe richiedere fino a sei mesi, con buona pace di ogni cessate il fuoco o accordo diplomatico. Il termine, riferito da tre fonti a conoscenza del briefing tenuto martedì davanti alla Commissione Forze Armate della Camera, ha suscitato una rara convergenza di frustrazione tra democratici e repubblicani, poiché implica che benzina e greggio resteranno cari ben oltre la fine delle ostilità. Per Washington, che si avvicina alle elezioni di midterm di novembre, lo scenario è politicamente esplosivo, in particolare per il partito di maggioranza, ma le ripercussioni non si fermano alle coste americane.
Nell’ottica di Bruxelles, il dato è altrettanto allarmante. L’Unione europea importa oltre un quarto del proprio petrolio dal Golfo Persico, e l’Italia, con la sua forte dipendenza da fonti energetiche e la raffinazione concentrata sulle forniture mediorientali, si trova in prima fila tra i Paesi vulnerabili. Secondo gli analisti energetici continentali, una chiusura prolungata di Hormuz – valutata dall’agenzia di intelligence della Difesa statunitense come possibile per un periodo compreso tra uno e sei mesi – costringerebbe i governi europei a una drammatica corsa agli stock strategici e a un'accelerazione delle rotte alternative, con costi che si riverbererebbero sulle bollette di famiglie e imprese già provate dall’inflazione.
La prospettiva iraniana, filtrata da Teheran, è naturalmente diversa: la Repubblica islamica considera la mina una leva asimmetrica per eccellenza, capace di paralizzare il traffico di un quinto del petrolio mondiale e di tenere in scacco le potenze navali. L’amministrazione Biden, nei mesi scorsi, aveva tentato di minimizzare l’ipotesi di una chiusura prolungata, ma l’ammissione del Pentagono – che la bonifica non potrà cominciare prima della fine della guerra – smentisce ogni ottimismo di facciata. Il dato tecnico è impietoso: i campi minati iraniani, dispiegati con droni e piccole imbarcazioni, sono progettati per essere difficili da localizzare e pericolosi da rimuovere, e le forze di sminamento navale statunitensi non dispongono di mezzi sufficienti per un’operazione rapida su un’area tanto vasta.
Guardando al dopo, gli strateghi di Pechino osservano la partita con attenzione: la Cina, primo importatore mondiale di greggio, potrebbe trarre vantaggio dallo sconvolgimento dei flussi per rafforzare le proprie rotte via terra e i propri accordi bilaterali con i produttori, ma nel breve termine subirebbe lo stesso shock dei prezzi. Per l’Occidente, la lezione è chiara: il tempo necessario a bonificare Hormuz non è solo una stima logistica, ma il termometro della fragilità dell’intero sistema energetico globale. Mentre i negoziati proseguono sotto traccia, l’unica certezza è che la fine della guerra, quando arriverà, non sarà la fine delle tensioni su quel collo di bottiglia vitale.
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