
Sovranità e narcotraffico: lo scontro tra Messico e Stati Uniti scuote Sinaloa
La richiesta di estradizione del governatore di Sinaloa, Rubén Rocha Moya, e di altri nove funzionari messicani per presunti legami con il Cartello di Sinaloa ha innescato una crisi diplomatica tra Città del Messico e Washington. La Fiscalía General de la República ha respinto la domanda statunitense definendola carente di prove, mentre la presidente Claudia Sheinbaum ha alzato un muro sovranista: «Nessun governo straniero può entrare nel nostro territorio», ha dichiarato da Palenque, in Chiapas, dove ha inaugurato un ecoparco. Il messaggio, calibrato per l’opinione pubblica interna, segna un netto cambio di tono rispetto alla tradizionale cooperazione bilaterale in materia di lotta al narcotraffico.
L’accusa del Dipartimento di Giustizia americano, che coinvolge anche il senatore Enrique Inzunza e il sindaco di Culiacán, Juan de Dios Gámez, si inserisce in un clima già teso per la rinegoziazione del T-MEC. Secondo gli analisti di Bruxelles, la vicenda rischia di indebolire ulteriormente la posizione messicana nei confronti dell’amministrazione Trump, mentre a Città del Messico si teme un danno per gli investimenti esteri. Intanto, Rocha Moya ha chiesto una licenza temporanea, pur proclamandosi innocente, e il partito di opposizione Movimiento Ciudadano ha avviato la procedura di desafuero. La sua immunità parlamentare, insieme a quella del senatore Inzunza, rappresenta il principale ostacolo giuridico a un eventuale arresto: il fuero richiede un voto della Camera dei Deputati e del Congresso di Sinaloa, un iter che potrebbe protrarsi fino alla scadenza del mandato.
A livello locale, il PAN ha chiesto la dissoluzione dei poteri nello Stato, mentre la senatrice di Morena Guadalupe Chavira ha invitato Rocha a lasciare definitivamente l’incarico per consentire indagini trasparenti. Il sindaco di Culiacán ha già ottenuto la licenza ed è stato sostituito da Ana Miriam Ramos Villarreal. La posizione della presidente Sheinbaum, che ha promesso un’indagine indipendente, oscilla tra la difesa della sovranità e la necessità di non apparire compiacente verso il crimine organizzato. Da Washington, la Casa Bianca resta in attesa di prove formali, ma la tensione resta alta. Per l’Europa, osservatore silenzioso, il caso evidenzia la fragilità delle istituzioni messicane di fronte a uno dei cartelli più potenti del mondo, con possibili ripercussioni sui flussi di cocaina verso il Vecchio Continente. Lo scontro è solo all’inizio, e il futuro della relazione bilaterale dipenderà dalla capacità del Messico di coniugare sovranità e giustizia.
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