
Stati Uniti e Israele preparano un’offensiva contro le infrastrutture energetiche iraniane, ma Trump non ha ancora dato l’ordine finale
Fonti americane parlano di una delle campagne di bombardamento più dure dall’inizio del conflitto, mentre Teheran minaccia ritorsioni contro obiettivi israeliani e statunitensi nella regione.
Secondo diverse fonti citate da CBS News, Stati Uniti e Israele stanno mettendo a punto una vasta operazione di bombardamento contro le infrastrutture energetiche dell’Iran, con possibili attacchi già nel corso del fine settimana. L’offensiva, che prenderebbe di mira centrali elettriche e raffinerie, sarebbe una delle più intense dall’avvio delle ostilità lo scorso febbraio. Il Wall Street Journal, citando propri funzionari, sostiene che il presidente Donald Trump abbia già ordinato i raid, mentre CBS News e altre testate precisano che il via libera definitivo non è ancora stato dato. L’operazione segnerebbe il ritorno di Israele ad azioni militari dirette dopo la tregua mediata dagli Stati Uniti, benché un funzionario israeliano abbia dichiarato alla stessa CBS di non essere a conoscenza di alcuna decisione in tal senso e di non aver ricevuto richieste di partecipazione.
Durante una riunione di gabinetto a Camp David, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti colpiranno l’Iran «molto duramente» fino a quando Teheran «non potrà più sopportarlo», aggiungendo di voler semplicemente «vincere». La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha ribadito che l’Iran «continuerà a pagare» finché non tornerà al tavolo negoziale in modo che il presidente giudichi significativo, accusando Teheran di aver violato il memorandum d’intesa firmato il mese precedente. Il Pentagono, per bocca del portavoce Sean Parnell, ha fatto sapere che il Dipartimento della Guerra è «pronto a eseguire gli ordini del presidente in qualsiasi momento», senza commentare i possibili obiettivi.
Da parte iraniana, un alto funzionario della sicurezza ha bollato come «una follia» le notizie di un imminente attacco, rivelando all’agenzia Tasnim che Teheran ha predisposto un «piano di risposta complessivo» che include la possibilità di colpire infrastrutture critiche israeliane e impianti energetici statunitensi nella regione. La minaccia si inserisce in un contesto di crescente tensione nello Stretto di Hormuz, dove nelle ultime ore una petroliera è stata colpita da un proiettile non identificato al largo dell’Oman e il Kuwait ha intercettato droni lanciati dall’Iran. Secondo fonti americane, tra le opzioni sul tavolo vi sarebbe anche l’interruzione della fornitura elettrica a Teheran, sebbene nessuna decisione fosse stata presa nel pomeriggio di venerdì.
Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, è entrato nel sesto mese senza prospettive di soluzione diplomatica. Trump ha espresso frustrazione per il fallimento dei negoziati, accusando i diplomatici iraniani di essere «molto disonorevoli», mentre Teheran continua a condizionare qualsiasi accordo alla riapertura dello Stretto e al ritiro delle forze americane. I preparativi militari procedono in parallelo a discussioni interne all’amministrazione, con alcuni consiglieri politici della Casa Bianca che si sono detti fermamente contrari all’operazione. Il dossier resta aperto: secondo fonti del Wall Street Journal, un eventuale progresso diplomatico potrebbe ancora indurre il presidente a sospendere gli attacchi.
| Stampa iraniana e affini | −0.80 | critical |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | 0.00 | neutral |
| Stampa russa e CSI | −0.20 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
L'Iran definisce i piani di attacco una 'follia' e promette una risposta devastante contro le infrastrutture energetiche di Israele e Stati Uniti.
La retorica della simmetria delle minacce: ogni attacco avrà una rappresaglia equivalente, creando un equilibrio del terrore.
Non viene menzionato il contesto delle provocazioni iraniane (blocco di Hormuz) né il fallimento dell'accordo di tregua.
Israele e Stati Uniti esplorano opzioni militari e diplomatiche per isolare economicamente l'Iran e impedirne le attività nello Stretto di Hormuz.
Presentazione delle opzioni come misure prudenziali e difensive, normalizzando l'uso della forza come strumento politico.
Non viene data voce alle minacce di rappresaglia iraniane né ai dubbi interni all'amministrazione Trump sugli attacchi.
La Russia osserva con preoccupazione i preparativi di attacco, sottolineando il rischio di una escalation incontrollata e la necessità di una soluzione diplomatica.
Adozione di una posizione distaccata ma allarmata, utilizzando fonti occidentali e iraniane per evidenziare l'incertezza e la pericolosità della situazione.
Non viene approfondito il ruolo di Israele nella pianificazione né le conseguenze economiche globali degli attacchi.
Gli Stati Uniti sono pronti a colpire duramente l'Iran se non cederà sullo Stretto di Hormuz, con operazioni potenzialmente imminenti.
Costruzione dell'urgenza attraverso l'uso di fonti anonime e la tempistica dei mercati finanziari, creando una tensione narrativa.
Non vengono enfatizzate le alternative diplomatiche né i rischi di una rappresaglia iraniana su infrastrutture USA nella regione.
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