
Stretto di Hormuz, la resa dei conti economica tra Washington e Teheran
Il vero campo di battaglia tra Stati Uniti e Iran si è spostato dalle bombe alle banche, dal cielo al mare. Dopo settimane di raid aerei e missili, la partita si gioca ora sullo Stretto di Hormuz, dove si incrociano le linee di due blocchi navali contrapposti. Da un lato, la Repubblica islamica ha chiuso il passaggio per il greggio in partenza dal Golfo Persico; dall’altro, Washington ha risposto con un contro-blocco dei porti iraniani, mirato a strangolare le esportazioni di petrolio di Teheran.
È una sfida di resistenza: chi cederà per primo, scriverà l’esito di questo conflitto. Secondo un ex funzionario del Tesoro americano, mai dal 1979 gli Stati Uniti avevano accumulato un simile potere di leva economica e diplomatica nei confronti dell’Iran. Eppure, lo stesso analista avverte che l’efficacia massima delle sanzioni è stata finora frenata da un’applicazione incoerente.
Ora, con il blocco navale, l’amministrazione Trump cerca di forzare la mano, scommettendo che il collasso interno spingerà i vertici di Teheran a trattare. Dall’ottica di Teheran, però, la narrazione è opposta. Gli analisti iraniani e regionali ritengono che l’economia del paese possa reggere per mesi, se non per un intero trimestre.
Le riserve strategiche, la capacità di aggirare le sanzioni via terra attraverso l’Iraq e il Pakistan, e una popolazione già abituata alle ristrettezze rendono prematuro il pronostico di un tracollo immediato. Il vero ago della bilancia è altrove. La chiusura di Hormuz sta già facendo impennare il prezzo del petrolio, e ogni giorno che passa aumenta la pressione sulle economie occidentali.
Per l’Europa e per l’Italia in particolare, dipendenti dalle importazioni energetiche dal Golfo, lo scenario è preoccupante: un conflitto prolungato rischia di innescare una stagflazione che nessun governo, a Roma o a Bruxelles, è pronto ad affrontare. La partita si gioca su due fronti temporali diversi. Washington ha bisogno di una vittoria rapida per non esporre la propria economia a un contraccolpo petrolifero.
Teheran, al contrario, punta a logorare l’avversario. Chi resisterà di più? Le prossime settimane diranno se prevarrà la leva finanziaria americana o la pazienza strategica iraniana.
Ma il rischio di un’escalation militare resta concreto, perché in questo braccio di ferro nessuno dei due contendenti può permettersi di perdere la faccia.
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