
Teheran ammette: la falla che uccise Khamenei è ancora aperta
Il ministro degli Esteri iraniano rivela che la breccia di intelligence sfruttata per eliminare la Guida suprema non è stata chiusa e condiziona ancora le decisioni del regime.
La Repubblica Islamica riconosce per la prima volta, per bocca del suo capo della diplomazia, che l’attacco chirurgico che il 28 febbraio scorso ha ucciso la Guida suprema Ali Khamenei e gran parte del vertice militare è stato reso possibile da una «falla di sicurezza» che, a distanza di mesi, «probabilmente esiste ancora». In un’intervista rilasciata al documentarista di regime Javad Moghimi e rilanciata dall’agenzia Fars, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ricostruito le ore che hanno cambiato il Medio Oriente: la mattina del 9 esfand 1404, mentre lui stesso si trovava nell’ufficio del potente consigliere Ali Asghar Hejazi all’interno del complesso residenziale della Guida, tre attacchi aerei simultanei hanno colpito con precisione millimetrica gli uffici di Khamenei, del segretario del Consiglio supremo di difesa Ali Shamkhani e del capo dell’ufficio militare Mohammad Shirazi. Shamkhani e i comandanti riuniti con lui sono morti sul colpo; Hejazi è stato estratto vivo dalle macerie, mentre Khamenei e diversi familiari sono stati uccisi. Araghchi ha dichiarato che la simultaneità dei raid su più obiettivi, in un giorno in cui si tenevano anche la riunione del Consiglio strategico per le relazioni estere e quella dei vice-ministri dell’Intelligence, non può essere spiegata senza una penetrazione profonda degli apparati.
Secondo la ricostruzione fornita da Teheran, la vulnerabilità non si limitava alla conoscenza degli orari e dei luoghi delle riunioni. Araghchi ha affermato che l’infiltrazione «non è solo nella raccolta di informazioni, ma anche nell’orientamento dei processi decisionali e, peggio, nella manipolazione del clima psicologico del Paese». Questa ammissione, che fonti israeliane leggono come la conferma di una capacità di intelligence senza precedenti, getta un’ombra sulla tenuta dell’intera architettura di sicurezza iraniana. Il ministro ha inoltre rivelato che, già prima dell’attacco, era stato predisposto un piano per chiudere lo Stretto di Hormuz in caso di eliminazione della Guida, e che la risposta militare iraniana è scattata entro due ore dall’inizio delle ostilità. La guerra-lampo di quaranta giorni che ne seguì, con attacchi reciproci e il coinvolgimento di basi americane e Paesi del Golfo, si concluse con un cessate il fuoco mediato da Pakistan e Qatar, ma la tregua è oggi appesa a un filo.
Dal punto di vista degli analisti europei, la persistenza della breccia rappresenta un fattore di instabilità che va ben oltre il teatro mediorientale. Se il nucleo più ristretto del potere iraniano è ancora permeabile, ogni negoziato sul nucleare o sulla sicurezza regionale rischia di essere condizionato da attori esterni in grado di anticipare le mosse di Teheran. Per l’Italia e l’Europa, che dipendono per una quota significativa degli approvvigionamenti energetici dal transito attraverso Hormuz, la conferma che la chiusura dello Stretto era un’opzione premeditata e che la catena di comando iraniana potrebbe essere vulnerabile a escalation non calcolate, alza il livello di allerta. Bruxelles segue con apprensione anche la ripresa dei bombardamenti americani sull’Iran degli ultimi otto giorni e le ritorsioni iraniane contro obiettivi in Medio Oriente, che hanno portato sull’orlo del collasso l’estensione di sessanta giorni della tregua firmata il 25 khordad.
La partita resta aperta su più tavoli. Il nuovo leader, Mojtaba Khamenei, non è mai apparso in pubblico e governa attraverso comunicati letti alla televisione di Stato, mentre il comitato ristretto per i negoziati – decimato dagli omicidi mirati di Shamkhani e Larijani – tenta di tenere aperto il canale diplomatico. Araghchi ha difeso la scelta del dialogo con Washington sostenendo che «la guerra è stata una decisione della controparte» e che la resistenza sulle richieste di “zero arricchimento” ha spinto Israele e Stati Uniti a optare per la via militare. La prossima scadenza diplomatica è attesa nelle prossime settimane, mentre i servizi di sicurezza iraniani, per stessa ammissione del ministro, sono ancora a caccia della talpa che ha consegnato la Guida suprema ai bombardieri.
| Stampa europea continentale | −0.30 | critical |
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| Stampa iraniana e affini | 0.00 | neutral |
Il regime iraniano ammette che la falla di sicurezza che ha portato alla morte di Khamenei è ancora aperta. Il ministro degli Esteri conferma la presenza di infiltrati ai massimi livelli, segnalando una vulnerabilità persistente.
L'Iran si concentra sulle sfide economiche interne, mostrando resilienza nonostante le pressioni esterne. Le questioni di sicurezza sono relegate in secondo piano, mentre il governo evidenzia progressi economici.
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