
Nuova equazione nello Stretto di Hormuz: l’Iran avverte Washington, la tensione sale
Il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf denuncia gli USA per la violazione della tregua e il blocco navale, mentre Teheran minaccia un’escalation.
Una nuova, pericolosa equazione si sta consolidando nello Stretto di Hormuz. Lo ha dichiarato il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, figura chiave nei colloqui con gli Stati Uniti, in un post su X che ha scosso i mercati e le cancellerie. Secondo Teheran, sono state proprio Washington e i suoi alleati a compromettere la sicurezza della navigazione e del transito energetico, violando il cessate il fuoco e imponendo un blocco navale. Ghalibaf è stato netto: «Il perdurare dello status quo è insostenibile per l’America. Noi non abbiamo ancora nemmeno cominciato».
Le dichiarazioni arrivano a poche settimane dal devastante attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, scatenato lo scorso febbraio. In quell’offensiva persero la vita la Guida suprema ayatollah Ali Khamenei e numerosi alti ufficiali militari. La rappresaglia iraniana con una pioggia di missili e droni è già stata messa in atto, ma il messaggio di Ghalibaf suggerisce che Teheran mantiene un’ampia capacità di escalation. Nella prospettiva iraniana, la nuova equazione dello stretto riflette un mutamento nei rapporti di forza: la pressione su Washington è destinata a crescere, e il cosiddetto «male americano» – per usare le parole del presidente del parlamento – verrà ridimensionato.
Di fronte a questa impennata, l’amministrazione Trump ha scelto un tono altrettanto duro. Il presidente ha lanciato l’operazione «Project Liberty» e ha avvertito che qualsiasi attacco iraniano a navi statunitensi nel Golfo verrebbe punito con la distruzione totale. Tuttavia, la fragilità della tregua è ormai evidente: entrambe le parti si accusano reciprocamente di violazioni, e lo Stretto di Hormuz – transit point del 20% del greggio mondiale – torna a essere il teatro di uno scontro dal potenziale catastrofico.
Tra i pochi attori a cercare una via di uscita spicca l’Arabia Saudita. Riyad ha espresso «profonda preoccupazione per l’attuale escalation militare» e ha chiesto moderazione, sostenendo apertamente la mediazione pachistana. Un appello che suona come un campanello d’allarme anche per l’Europa e per l’Italia, fortemente dipendenti dalle forniture energetiche che attraversano quella rotta. Per Bruxelles, ogni minaccia allo stretto si traduce in uno shock sui prezzi del gas e del petrolio, alimentando l’inflazione e mettendo a rischio la fragile ripresa economica del continente.
L’analisi di molti osservatori è che ci si trovi di fronte a un gioco pericoloso in cui nessuno dei due contendenti ha interesse a un conflitto aperto, ma entrambi sentono di non potersi tirare indietro. La via diplomatica – quella che finora ha portato alle trattative guidate da Ghalibaf – non è ancora definitivamente chiusa, ma i margini si stanno assottigliando. Se la nuova equazione di Hormuz dovesse tradursi in scontri diretti, le conseguenze per l’economia globale e per la sicurezza regionale sarebbero devastanti.
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