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Geopolitica e Politicadomenica 28 giugno 2026

Teheran esige un calendario per il ritiro israeliano dal Libano come condizione per l’intesa finale

L’Iran subordina l’accordo definitivo con Washington alla fissazione di una tempistica per il ritiro incondizionato delle forze israeliane, mentre prosegue il negoziato a tre.

La Repubblica islamica dell’Iran ha formalmente chiesto agli Stati Uniti di stabilire un calendario vincolante per il ritiro «incondizionato» delle forze israeliane da tutti i territori libanesi occupati, ponendo tale condizione come prerequisito per la tenuta e la sostenibilità dell’intesa bilaterale raggiunta il 18 giugno. Secondo fonti iraniane, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha ribadito che la piena attuazione della prima clausola del memorandum – la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari israeliane contro il Libano e il contestuale sgombero delle aree occupate – costituisce «condizione necessaria per un accordo finale e duraturo che consolidi la stabilità regionale». Teheran, che ha inserito la fine della guerra in Libano al vertice delle proprie richieste già nell’intesa di cessate il fuoco dell’8 aprile, ritiene che Washington debba adottare «tutte le misure necessarie per costringere il regime sionista a fermare ogni aggressione».

Nell’interpretazione iraniana, il primo articolo del memorandum – che parla di «cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano» – implica di fatto lo sgombero delle truppe israeliane dal sud del Paese, sebbene il testo non contenga un esplicito obbligo di ritiro. Fonti vicine al negoziato riferiscono che il capo-negoziatore iraniano e presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Qalibaf, ha illustrato questa posizione al presidente del Parlamento libanese Nabih Berri, precisando che l’obiettivo è «porre fine alla guerra, consentire il rientro degli sfollati, chiudere l’occupazione e garantire il ritiro del regime sionista dal territorio libanese». Qalibaf ha inoltre confermato che la questione libanese è stata al centro dei colloqui con gli Stati Uniti svoltisi in Svizzera la scorsa settimana, durante i quali le tre parti – Iran, Stati Uniti e Libano – avrebbero concordato l’istituzione di un’unità congiunta di controllo dei conflitti per monitorare l’applicazione dell’intesa.

Sul terreno, la posizione israeliana resta opposta. Secondo fonti israeliane, il governo di Tel Aviv rifiuta di ritirare le proprie truppe dal Libano meridionale finché permarrà la minaccia rappresentata da Hezbollah, il movimento armato sostenuto dall’Iran, per le comunità del nord di Israele. Venerdì scorso, i governi israeliano e libanese hanno concordato un meccanismo graduale che affida alle Forze armate libanesi il controllo progressivo di alcune zone del sud, ma finora l’esercito di Beirut non è riuscito a imporre a Hezbollah il disarmo né il ritiro dei propri combattenti. Questa asimmetria tra l’impianto diplomatico e la realtà militare sul campo costituisce, secondo analisti regionali, il principale ostacolo alla trasformazione dell’intesa provvisoria in un assetto stabile.

Il dossier si inserisce in un più ampio quadro negoziale a quattordici punti, frutto di settimane di escalation militare e di intensi canali diplomatici, che mira a disinnescare il conflitto su più fronti. L’istituzione dell’unità di controllo del conflitto rappresenta il prossimo passo operativo atteso, mentre la richiesta iraniana di un calendario per il ritiro israeliano rischia di rallentare il percorso verso l’accordo definitivo. La diplomazia europea, e in particolare quella italiana, segue con attenzione l’evoluzione del negoziato, consapevole che una stabilizzazione del fronte libanese avrebbe ricadute dirette sulla sicurezza del Mediterraneo allargato e sulla missione UNIFIL, cui l’Italia contribuisce in modo significativo.

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domenica 28 giugno 2026

Teheran esige un calendario per il ritiro israeliano dal Libano come condizione per l’intesa finale

L’Iran subordina l’accordo definitivo con Washington alla fissazione di una tempistica per il ritiro incondizionato delle forze israeliane, mentre prosegue il negoziato a tre.

La Repubblica islamica dell’Iran ha formalmente chiesto agli Stati Uniti di stabilire un calendario vincolante per il ritiro «incondizionato» delle forze israeliane da tutti i territori libanesi occupati, ponendo tale condizione come prerequisito per la tenuta e la sostenibilità dell’intesa bilaterale raggiunta il 18 giugno. Secondo fonti iraniane, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha ribadito che la piena attuazione della prima clausola del memorandum – la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari israeliane contro il Libano e il contestuale sgombero delle aree occupate – costituisce «condizione necessaria per un accordo finale e duraturo che consolidi la stabilità regionale». Teheran, che ha inserito la fine della guerra in Libano al vertice delle proprie richieste già nell’intesa di cessate il fuoco dell’8 aprile, ritiene che Washington debba adottare «tutte le misure necessarie per costringere il regime sionista a fermare ogni aggressione».

Nell’interpretazione iraniana, il primo articolo del memorandum – che parla di «cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano» – implica di fatto lo sgombero delle truppe israeliane dal sud del Paese, sebbene il testo non contenga un esplicito obbligo di ritiro. Fonti vicine al negoziato riferiscono che il capo-negoziatore iraniano e presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Qalibaf, ha illustrato questa posizione al presidente del Parlamento libanese Nabih Berri, precisando che l’obiettivo è «porre fine alla guerra, consentire il rientro degli sfollati, chiudere l’occupazione e garantire il ritiro del regime sionista dal territorio libanese». Qalibaf ha inoltre confermato che la questione libanese è stata al centro dei colloqui con gli Stati Uniti svoltisi in Svizzera la scorsa settimana, durante i quali le tre parti – Iran, Stati Uniti e Libano – avrebbero concordato l’istituzione di un’unità congiunta di controllo dei conflitti per monitorare l’applicazione dell’intesa.

Sul terreno, la posizione israeliana resta opposta. Secondo fonti israeliane, il governo di Tel Aviv rifiuta di ritirare le proprie truppe dal Libano meridionale finché permarrà la minaccia rappresentata da Hezbollah, il movimento armato sostenuto dall’Iran, per le comunità del nord di Israele. Venerdì scorso, i governi israeliano e libanese hanno concordato un meccanismo graduale che affida alle Forze armate libanesi il controllo progressivo di alcune zone del sud, ma finora l’esercito di Beirut non è riuscito a imporre a Hezbollah il disarmo né il ritiro dei propri combattenti. Questa asimmetria tra l’impianto diplomatico e la realtà militare sul campo costituisce, secondo analisti regionali, il principale ostacolo alla trasformazione dell’intesa provvisoria in un assetto stabile.

Il dossier si inserisce in un più ampio quadro negoziale a quattordici punti, frutto di settimane di escalation militare e di intensi canali diplomatici, che mira a disinnescare il conflitto su più fronti. L’istituzione dell’unità di controllo del conflitto rappresenta il prossimo passo operativo atteso, mentre la richiesta iraniana di un calendario per il ritiro israeliano rischia di rallentare il percorso verso l’accordo definitivo. La diplomazia europea, e in particolare quella italiana, segue con attenzione l’evoluzione del negoziato, consapevole che una stabilizzazione del fronte libanese avrebbe ricadute dirette sulla sicurezza del Mediterraneo allargato e sulla missione UNIFIL, cui l’Italia contribuisce in modo significativo.

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