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Società e Culturamartedì 16 giugno 2026

Terrore psicologico e ombre del passato: da Landskrona a Giacarta, un filo di violenza sommersa

Una nuova testimonianza sul delitto di Garlasco, il racconto di una scrittrice svedese e la parabola di un’attrice indonesiana mostrano come la paura e la manipolazione segnino le vite delle donne ben oltre i confini nazionali.

A diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il cold case di Garlasco torna a increspare la cronaca italiana con una testimonianza che getta nuova luce sulla dinamica di quei giorni. Un uomo, rimasto a lungo in silenzio, ha raccontato di aver visto una donna bionda dagli «occhi spiritati» nei pressi della villetta di Via Pascoli il 13 agosto 2007, e di essere stato minacciato affinché tacesse. La deposizione, riemersa in un programma televisivo, non riscrive di per sé le sentenze che hanno condannato Alberto Stasi, ma riapre una finestra su un clima di intimidazione che avvolse il caso, ricordandoci quanto la paura possa deformare la ricerca della verità.

Quella stessa paura è il cuore pulsante del racconto che lo scrittore e filmmaker svedese Roman Fagerlind affida alle pagine culturali del Sydsvenskan. Leggendo le testimonianze di donne vittime di abusi psicologici a Landskrona, Fagerlind precipita nella propria memoria: una relazione mai ufficializzata, fatta di sospetti patologici, isolamento e dipendenza affettiva. «Se fossi rimasta, oggi non sarei viva», scrive, descrivendo un meccanismo di annientamento silenzioso che non lascia lividi visibili ma svuota l’identità. La sua voce, dalla Scandinavia, mostra come il terrore domestico possa attecchire ovunque, nutrito da dinamiche di controllo che le legislazioni europee faticano ancora a riconoscere come violenza strutturale.

A migliaia di chilometri di distanza, nel Sud-est asiatico, il trauma assume volti diversi ma ugualmente devastanti. L’attrice indonesiana Tamara Tyasmara, già segnata dalla morte del figlio Dante per mano dell’ex compagno Yudha Arfandi, ha denunciato una nuova ondata di minacce via WhatsApp e Instagram. Messaggi anonimi l’hanno spinta a temere per la propria incolumità, sviluppando una paranoia che la perseguita persino sui set cinematografici. Il lutto si intreccia così a una persecuzione digitale che le impedisce di ricostruire una vita affettiva: «Non sono ancora pronta ad aprire il cuore», ha dichiarato, «l’ombra di quanto accaduto è troppo lunga». La sua vicenda, seguita con apprensione dall’opinione pubblica indonesiana, rivela come la violenza maschile possa propagarsi nel tempo, mutando forma ma non intensità.

Queste storie, lette in controluce, compongono un mosaico globale in cui la minaccia – fisica, psicologica, digitale – diventa strumento pervasivo di dominio. In Italia, il testimone di Garlasco incarna il cittadino che, pur estraneo al delitto, viene risucchiato in un vortice di silenzio imposto. In Scandinavia, il racconto di Fagerlind sollecita un dibattito già vivo sul riconoscimento giuridico della violenza psicologica, mentre nel contesto indonesiano la legge fatica a proteggere le vittime di stalking e a garantire pene percepite come adeguate: Tamara Tyasmara ha accolto con sollievo il rigetto del ricorso dell’ex compagno, ma continua a ritenere i vent’anni di condanna insufficienti rispetto alla perdita subita.

L’intreccio di queste vicende suggerisce che la risposta istituzionale, in Europa come in Asia, resta spesso un passo indietro rispetto alla capacità del terrore di infiltrarsi nelle vite private. La testimonianza italiana riaccende i riflettori su un caso giudiziario, ma interroga anche la società sulla protezione di chi osa parlare. Le esperienze svedesi e indonesiane, dal canto loro, indicano che il superamento del trauma richiede non solo terapie individuali, ma una trasformazione culturale che smonti la legittimazione implicita del controllo e della sopraffazione. In un mondo iperconnesso, dove la minaccia viaggia sui social media e la paura si globalizza, la sfida è costruire una rete di ascolto e tutele che attraversi i confini con la stessa rapidità con cui si propaga la violenza.

Divergenza — chi la racconta come
15%Bassa
2 blocchi · posizioni da −0.70 a −0.40
CriticoFavorevole
EURSEA
Divergenza tra blocchi di stampa
Stampa europea continentale−0.70critical
Stampa sud-est asiatica−0.40critical
Stampa europea continentale−0.70

In Svezia e Italia emergono voci che raccontano terrore psicologico e intimidazioni riaffioranti dal passato. Le donne di Landskrona descrivono un controllo coercitivo che ha quasi tolto loro la vita, mentre un testimone del caso Garlasco ricorda una donna bionda con occhi spiritati e minacce per farlo tacere. La narrazione intreccia un filo di violenza sommersa che attraversa anni e confini, denunciando un sistema che non protegge.

IndignazioneAllarmeUrgenza
Stampa sud-est asiatica−0.40

L'attrice indonesiana Tamara Tyasmara denuncia una campagna di terrore e minacce dopo la tragica morte del figlio per mano dell'ex compagno. Parla di trauma profondo, paura di uscire di casa e incapacità di riaprire il cuore a nuove relazioni. La storia si concentra sulla sua sofferenza personale e sulle ombre persistenti di un passato violento.

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martedì 16 giugno 2026

Terrore psicologico e ombre del passato: da Landskrona a Giacarta, un filo di violenza sommersa

Una nuova testimonianza sul delitto di Garlasco, il racconto di una scrittrice svedese e la parabola di un’attrice indonesiana mostrano come la paura e la manipolazione segnino le vite delle donne ben oltre i confini nazionali.

A diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il cold case di Garlasco torna a increspare la cronaca italiana con una testimonianza che getta nuova luce sulla dinamica di quei giorni. Un uomo, rimasto a lungo in silenzio, ha raccontato di aver visto una donna bionda dagli «occhi spiritati» nei pressi della villetta di Via Pascoli il 13 agosto 2007, e di essere stato minacciato affinché tacesse. La deposizione, riemersa in un programma televisivo, non riscrive di per sé le sentenze che hanno condannato Alberto Stasi, ma riapre una finestra su un clima di intimidazione che avvolse il caso, ricordandoci quanto la paura possa deformare la ricerca della verità.

Quella stessa paura è il cuore pulsante del racconto che lo scrittore e filmmaker svedese Roman Fagerlind affida alle pagine culturali del Sydsvenskan. Leggendo le testimonianze di donne vittime di abusi psicologici a Landskrona, Fagerlind precipita nella propria memoria: una relazione mai ufficializzata, fatta di sospetti patologici, isolamento e dipendenza affettiva. «Se fossi rimasta, oggi non sarei viva», scrive, descrivendo un meccanismo di annientamento silenzioso che non lascia lividi visibili ma svuota l’identità. La sua voce, dalla Scandinavia, mostra come il terrore domestico possa attecchire ovunque, nutrito da dinamiche di controllo che le legislazioni europee faticano ancora a riconoscere come violenza strutturale.

A migliaia di chilometri di distanza, nel Sud-est asiatico, il trauma assume volti diversi ma ugualmente devastanti. L’attrice indonesiana Tamara Tyasmara, già segnata dalla morte del figlio Dante per mano dell’ex compagno Yudha Arfandi, ha denunciato una nuova ondata di minacce via WhatsApp e Instagram. Messaggi anonimi l’hanno spinta a temere per la propria incolumità, sviluppando una paranoia che la perseguita persino sui set cinematografici. Il lutto si intreccia così a una persecuzione digitale che le impedisce di ricostruire una vita affettiva: «Non sono ancora pronta ad aprire il cuore», ha dichiarato, «l’ombra di quanto accaduto è troppo lunga». La sua vicenda, seguita con apprensione dall’opinione pubblica indonesiana, rivela come la violenza maschile possa propagarsi nel tempo, mutando forma ma non intensità.

Queste storie, lette in controluce, compongono un mosaico globale in cui la minaccia – fisica, psicologica, digitale – diventa strumento pervasivo di dominio. In Italia, il testimone di Garlasco incarna il cittadino che, pur estraneo al delitto, viene risucchiato in un vortice di silenzio imposto. In Scandinavia, il racconto di Fagerlind sollecita un dibattito già vivo sul riconoscimento giuridico della violenza psicologica, mentre nel contesto indonesiano la legge fatica a proteggere le vittime di stalking e a garantire pene percepite come adeguate: Tamara Tyasmara ha accolto con sollievo il rigetto del ricorso dell’ex compagno, ma continua a ritenere i vent’anni di condanna insufficienti rispetto alla perdita subita.

L’intreccio di queste vicende suggerisce che la risposta istituzionale, in Europa come in Asia, resta spesso un passo indietro rispetto alla capacità del terrore di infiltrarsi nelle vite private. La testimonianza italiana riaccende i riflettori su un caso giudiziario, ma interroga anche la società sulla protezione di chi osa parlare. Le esperienze svedesi e indonesiane, dal canto loro, indicano che il superamento del trauma richiede non solo terapie individuali, ma una trasformazione culturale che smonti la legittimazione implicita del controllo e della sopraffazione. In un mondo iperconnesso, dove la minaccia viaggia sui social media e la paura si globalizza, la sfida è costruire una rete di ascolto e tutele che attraversi i confini con la stessa rapidità con cui si propaga la violenza.

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In Svezia e Italia emergono voci che raccontano terrore psicologico e intimidazioni riaffioranti dal passato. Le donne di Landskrona descrivono un controllo coercitivo che ha quasi tolto loro la vita, mentre un testimone del caso Garlasco ricorda una donna bionda con occhi spiritati e minacce per farlo tacere. La narrazione intreccia un filo di violenza sommersa che attraversa anni e confini, denunciando un sistema che non protegge.

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L'attrice indonesiana Tamara Tyasmara denuncia una campagna di terrore e minacce dopo la tragica morte del figlio per mano dell'ex compagno. Parla di trauma profondo, paura di uscire di casa e incapacità di riaprire il cuore a nuove relazioni. La storia si concentra sulla sua sofferenza personale e sulle ombre persistenti di un passato violento.

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