
Tre giorni hanno sgretolato la tregua: il Libano torna ostaggio del duello Israele-Hezbollah
Bastano tre giorni per sgretolare un fragile equilibrio. La tregua tra Israele e Hezbollah, faticosamente negoziata lo scorso 17 aprile e prolungata su impulso di Washington fino a metà maggio, è già un cumulo di macerie. Sabato sera, dalla residenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, è partito l’ordine di colpire «con forza» obiettivi del movimento sciita libanese. Una direttiva secca, motivata dall’accusa di ripetute violazioni da parte della milizia filo-iraniana, che nel giro di poche ore ha prodotto almeno sei morti nel sud del Libano e nuove nubi di fumo sulla frontiera settentrionale dello Stato ebraico. La fragile architettura diplomatica eretta dalla Casa Bianca per contenere l’incendio regionale mostra così tutta la sua intrinseca fragilità, mentre Roma e Bruxelles osservano con crescente apprensione un quadrante da cui dipende la stabilità dell’intero Mediterraneo allargato.
La sequenza degli eventi ha la meccanica inesorabile di un copione già visto. Secondo le fonti militari israeliane, Hezbollah avrebbe lanciato droni esplosivi verso le postazioni di Tsahal nella regione di Qantara e razzi contro il nord di Israele. Da Beirut, tramite l’emittente Al-Manar, Hezbollah ribalta l’accusa: i propri colpi rappresentano soltanto una «risposta legittima» alla perdurante occupazione israeliana di lembi di territorio libanese e alle incursioni che violano la sovranità del Paese. In questa spirale di accuse incrociate, l’unico dato certo sono le vittime civili: un camion e una motocicletta colpiti nella località di Yohmor al-Shaqeef, quattro morti accertati dal ministero della Salute libanese, e l’ordine perentorio di evacuazione immediata diffuso dalle Forze di Difesa Israeliane per sette villaggi a nord del fiume Litani, area che Israele considera un santuario logistico del nemico.
L’ottica di Pechino e quella di Teheran, pur distinte, convergono nel leggere la mossa israeliana come il sintomo di un’impunità strategica che rischia di far deragliare ogni mediazione. Non è un caso che il cessate il fuoco in Libano fosse stato posto dalla Repubblica Islamica come condizione per mantenere aperto il canale negoziale con gli Stati Uniti. La linea di Netanyahu, rivendicata a chiare lettere dal suo ufficio, è invece speculare: la tregua non è un congelamento passivo, ma una cornice che autorizza la «libertà d’azione» per prevenire minacce non solo imminenti, ma anche potenziali. Un’interpretazione estensiva che rende il confine una polveriera, come dimostra la dichiarazione dell’esercito israeliano di aver «eliminato oltre quindici miliziani» nel corso del solo fine settimana, cifra che circola da giorni nei briefing militari e che Hezbollah naturalmente contesta.
Dal crollo di questo fragile accordo emerge con prepotenza la dimensione interna libanese, spesso oscurata dalla narrazione geopolitica. Samy Gemayel, leader del partito cristiano Kataeb, ha messo in guardia con lucidità: «Non ci sarà pace finché Israele occuperà il Libano, e non ci sarà pace finché Hezbollah sarà armato». Una prospettiva che sintetizza il dramma di un Paese ostaggio non solo dei duelli esterni tra potenze regionali, ma anche di una cronica dissociazione interna. Le incursioni israeliane, che hanno reso inabitabili porzioni di territorio ben oltre le tradizionali roccaforti sciite, alimentano la narrativa della resistenza e rinsaldano la presa di Hezbollah sul tessuto sociale, innescando un circolo vizioso di cui l’Europa – soprattutto Italia e Francia, storicamente ancorate al Libano – non possono disinteressarsi.
Se il cessate il fuoco si riduce a mero esercizio retorico, il rischio è una nuova escalation verticale. L’estensione del patto negoziata a Washington dagli emissari delle due parti appare oggi poco più di una finzione giuridica. Senza un meccanismo di verifica dotato di reale potere interdittivo, la guerra a bassa intensità è destinata a riaccendersi periodicamente, consumando ogni residua speranza di stabilizzazione. E mentre l’attenzione globale resta distratta da altri teatri, il Levante torna a bruciare, con una domanda che nessuna cancelleria ha ancora il coraggio di affrontare seriamente: quanto ancora potrà reggere il contenimento prima che l’intero castello di carte crolli sulle teste dei civili?
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