
Bennett e Lapid fondono i partiti, nasce “Beyahad”: la nuova sfida a Netanyahu che interroga l’Europa
La sera di domenica 26 aprile, con un annuncio televisivo congiunto, due ex primi ministri israeliani – il centrista Yair Lapid e il destrorso Naftali Bennett – hanno messo a tacere le voci di una rivalità mai sopita per dichiarare la fusione dei rispettivi movimenti in un’unica lista. Il nuovo soggetto politico si chiamerà “Beyahad”, che in ebraico significa “Insieme”, e sarà guidato da Bennett, l’ex enfant prodige della destra nazionale che tra il 2021 e il 2022 aveva già brevemente occupato la poltrona di premier proprio grazie a un’alleanza con Lapid. L’intesa, presentata come “il primo passo sul cammino di risanamento dello Stato d’Israele”, punta dichiaratamente a sconfiggere Benjamin Netanyahu nelle elezioni generali previste per il prossimo autunno, quando scade naturalmente la legislatura attuale, salvo scioglimenti anticipati.
La mossa rappresenta molto più di un cartello elettorale. Nell’orizzonte politico di Tel Aviv, l’unione tra Yesh Atid e il neonato Bennett 2026 – che insieme partono da una base di almeno 24 seggi alla Knesset sui 120 totali – riorganizza il campo riformista rimediando a quella cronica frammentazione che nel 2022 consegnò la vittoria al blocco più oltranzista della storia israeliana. I due leader avevano già governato a rotazione dopo aver interrotto dodici anni consecutivi di dominio netanyahuano, ma l’esecutivo crollò sotto il peso delle divisioni interne. Ora Lapid, che cede la guida pur rimanendo uomo-chiave dell’opposizione, giustifica il passo con un ragionamento spietato: «Per vincere bisogna che l’intero centro israeliano si stringa dietro Naftali Bennett». L’obiettivo a medio termine, esplicitato nei comunicati, include riforme strutturali come il limite di otto anni al mandato di primo ministro.
Dal quadrante europeo, e in particolare da Bruxelles, la mossa viene letta con un misto di sollievo e cautela. L’attuale coalizione di Netanyahu, che include ministri dichiaratamente contrari alla soluzione a due Stati e che ha condotto la guerra a Gaza tra tensioni altissime con Washington e le capitali del Vecchio Continente, ha logorato le relazioni con una parte significativa dell’establishment comunitario. Un’alternativa incarnata da un Bennett che, pur essendo un falco in materia di sicurezza, ha già mostrato pragmatismo nei passaggi di governo con Lapid e con l’ex alleato Gantz, offre – secondo fonti diplomatiche italiane – uno scenario meno polarizzante, quanto meno all’interno della società israeliana, dove il dibattito sulla riforma giudiziaria ha scatenato una mobilitazione senza precedenti.
Le capitali arabe, dal canto loro, osservano il riposizionamento con scetticismo. Nell’ottica di Amman e del Cairo, che mantengono canali aperti con tutti gli attori dello scacchiere, la novità non scalfisce il problema di fondo: nessun leader israeliano di peso ha oggi il coraggio o la forza politica interna per riaprire un vero negoziato con i palestinesi. Il nome “Insieme”, semmai, stuzzica gli osservatori per l’ironia amara di un’unione che ricalca la fragile geometria del governo precedente, naufragato proprio quando avrebbe dovuto dimostrare che destra e centro potevano coabitare.
Il partito nasce tuttavia con alcuni vuoti. L’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, figura di prestigio critico verso Netanyahu e spesso indicato come ago della bilancia, ha cortesemente declinato l’invito a unirsi, pur benedicendo l’intesa “per il bene del Paese”. La sua defezione, insieme alle incognite sugli altri frammenti della galassia centrista, lascia aperto il cantiere. I sondaggi, come filtra da Gerusalemme, danno la lista unita già vicinissima a un testa a testa con il Likud, ma in un sistema proporzionale puro il margine di errore è sottilissimo e ogni esclusione pesa. L’Italia e l’Europa seguiranno i prossimi mesi con la consapevolezza che la qualità della democrazia israeliana, e la possibilità di una tregua sociale dopo l’ultima stagione di scontri identitari, dipenderanno in buona misura dalla capacità di questo cantiere politico di non restare un’insegna vuota.
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